Mercoledì 20 Marzo 2013 17:55
Michelangelo Gregori
Vampiri del grande schermo!!! Sarebbe stato un titolo azzeccato per questo articolo, ma le cose si sa, cambiano repentinamente e soprattutto, magari, poteva sembrare che io facessi del sarcasmo su come i soldi statali vengano spesi per produrre cinema in Italia.
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Martedì 12 Marzo 2013 15:45
Stefano Macera
La recensione che trovate sotto è stata scritta il 26 dicembre 1995. Non è mai stata pubblicata, perché appartiene - in realtà - ad uno dei "diari cinematografici" che tenevo in quella fase della mia vita. In essi, commentavo la gran parte dei film che avevo modo di vedere, come, appunto, "Giaguaro" (1979) del filippino Lino Brocka. Naturalmente, a distanza di anni posso dire che i miei parametri di giudizio sono un po' mutati. Brocka, ad esempio, lo avvicinerei piuttosto all'italiano Giuseppe De Santis che non a Fassbinder, cui mi riferisco invece nello scritto rifacendomi ad una proposta che in Italia è stata formulata da Alberto Farassino e poi ripresa da molti altri. Ma ho voluto mantenere il testo nei suoi caratteri originari.
Una curiosità: il film lo vidi ad una proiezione gratuita in una sala del quartiere Parioli, a Roma, interna ad una giornata di "cinema di tutto il mondo" caratterizzata da proiezioni simultanee in diversi cinema di roma. Spettatori quattro, io e tre miei amici.
Quest'opera di Lino Brocka emana un fascino sottile, non disgiunto da una sensazione di disagio. I due termini, strettamente intrecciati fra loro, sono il portato di una operazione cinematografica ben precisa. Il "populista" Lino Brocka vuole parlarci di Manila, delle sue bidonvilles (su cui si apre la sequenza iniziale), dei miti di successo e della necessità di denaro dei reietti. Per farlo, egli adopera un linguaggio non solo diretto, ma fortemente legato alla cultura delle masse che sono l'oggetto e il referente del suo discorso. E' da ciò che scaturisce il disagio cui accennavo prima. Forse non siamo più abituati alla "stilizzazione" dei personaggi, propria di certi melodrammi italiani degli anni '50. Soprattutto, ci spiazza il fatto che - oltre ad elementi melò - l'opera presenti aspetti che rinviano ai film con Bruce Lee e con gli altri supermen dell'est e del sud est asiatico. Ciò può riportarci a certi discorsi degli studiosi italiani sui "materiali" (i modi narrativi ecc.) del cinema in quanto industria, di fatto gli stessi per un Matarazzo e per un Visconti. Ma qui la questione è in parte un'altra. Se un Fassbinder raggela il melò alla Douglas Sirk e la suspense alla Hitchcock, modificando certi sistemi espressivi dall'interno, così da mutarne il senso di fondo, Brocka si serve di certi espedienti muovendo anche da altri intenti. L'impiego dei "materiali bassi" di cui sopra, gli è necessario ad evidenziare i riferimenti tipici dell'immaginario delle classi sociali subalterne. Il mondo del divismo di serie b - luogo delle speranze di giovani sottoproletarie lettrici di fotoromanzi - le risse e i divertimenti di gruppo alle spalle di qualcun altro, il cattolicesimo, fissato in una frase sul poster della parete di una catapecchia: sono tutti elementi che concorrono alla rilevanza sociologica del film. Che non è fortuita, non è legata al solo valore di una testimonianza irriflessa su usi e costumi diffusi, risultando invece determinata dalle scelte di un autore che sa dove vuole arrivare. E che ci illustra un mondo, con le sue ingiustizie e le difficoltà di riscatto, senza ricorrere ai toni della denuncia, ma semplicemente mostrando i fatti e il contesto in cui si svolgono. La narrazione si sviluppa fra due realtà: quella d'una vita quotidiana segnata dalle necessità della sopravvivenza e quella dei luoghi dove si può guadagnare denaro con facilità, coltivando speranze mal riposte, perché fondate sui miti indotti dal consumismo nelle fasce più disagiate della popolazione. I locali notturni e lo squallido set di un film simil-porno sono, appunto, il rovescio della medaglia rispetto alle baraccopoli. Un rovescio accettato/subito dai due personaggi principali del film: lui, così morigerato, portato ad uccidere dalla follia e dalle faide dell'uomo di cui è giaguaro (guardia); lei che, per il successo, si sottopone alla concupiscenza di due squallidi individui, entrando in giri torbidi. Tra gli sventurati protagonisti scoppia un amore che viene vissuto in modo spontaneo, fuori dalla logica di mercificazione che pare permeare ogni aspetto della realtà. Un amore che è anche la traduzione di una elementare solidarietà di classe, certo poco più che istintiva, ma in qualche modo indicativa di un'altra concezione della vita. Sono tutte cose che Brocka suggerisce senza pedanteria agli spettatori di un film che non è solo melò e d'azione, ma anche molto notturno, girato con cura estrema ma sempre all'insegna di soluzioni semplici, mai spericolate sul piano cinematografico. Dunque, un'opera singolare, legata ad un regista che non fa prediche ma che talvolta ci sbatte la realtà in faccia, come faceva - con indole più intellettualistica - quel Fassbinder che abbiamo più sopra ricordato. Brocka è un regista del terzo mondo, alfiere di un cinema segnato da quella "fisicità" che è stata persa dal cinema americano e recuperata, in altra chiave, da quello dei paesi in via di sviluppo, teso a raccontare ancora storie di donne e uomini alle prese con i bisogni primari. Dalle nostre parti, i primi piani su facce piangenti si usano sempre meno o - comunque - non ci fanno una buona impressione. Ma questo è un cinema di volti e di corpi, lontano da ogni psicologismo e legato all'idea che tutto ciò che è contenuto nell'inquadratura debba essere funzionale al racconto. Lo conferma la bella sequenza d'amore fra i protagonisti che non rimanda ad altro - nella sua "trasparenza" - se non al fatto di essersi posseduti realmente. Un momento di purezza e di felicità, in un film che ha un epilogo drammatico. Col giovane giaguaro che si scaglia con violenza contro chi l'ha portato alla dannazione, viene catturato e finisce in una cella. A questo finale, pessimista e istruttivo, il regista è arrivato attraverso una narrazione efficace ma non priva di scompensi, forse legati alla fusione di toni diversi e alla necessità di colpi di scena. Ciò non toglie nulla alla sorprendente forza di un'opera capace di parlare alle sterminate masse diseredate di Manila ma anche ai disincatati spettatori europei.
Martedì 18 Dicembre 2012 12:36
Stefano Macera
Pittori dell’800 a Napoli, diretto e montato da Vittorio Gallo, è un documentario che dura una decina di minuti, contenuto come extra nel dvd sulla pittura italiana nel XIX secolo realizzato dall’Istituto Luce. Singolare è il fatto che questo prodotto audiovisivo risulti essere senza data, che non compare nei titoli di testa né altrove.
Ciò mi ha spinto a svolgere una piccola ricerca, che si è conclusa con la consultazione di un volume abbastanza raro di cui sono in possesso: Le film sur l’art 1953-1960, curato da Pasquale Rocchetti e Cesare Molinari per le edizioni Neri Pozza (1963) e, soprattutto, interno alla Raccolta Pisana di Saggi e Studi diretta da Carlo Ludovico Ragghianti (1910-1987), che tra i grandi storici dell’arte italiani del Novecento è stato quello che si è confrontato in modo più sistematico con il cinema.
Invero, il catalogo in questione non riporta l’anno di produzione, ma ci fa sapere che del documentario di Vittorio Gallo si è occupato il n. 5 (1958) della rivista Cinema e Scienza. Dunque, possiamo individuarne almeno il periodo di realizzazione.
Ora, proprio in relazione alla fase in cui viene concepito, Pittori dell’800 a Napoli si segnala per un carattere specifico. Che è quello di non pretendere di fornire una quantità esagerata di informazioni. Così in esso vi sono solo due momenti in cui la voce fuori campo sembra effettivamente farla da padrona. Ossia, l’incipit, laddove si richiama l’attenzione sul fatto che il Museo Nazionale di Capodimonte – allestito secondi criteri all’avanguardia – accoglie anche una collezione ottocentesca, tale da favorire il superamento dei pregiudizi che per lungo tempo hanno segnato il rapporto tra gli appassionati e le arti visive italiane del XIX secolo. E il momento in cui vengono presentate le porcellane di Capodimonte e di Sèvres, sottolineando che esse erano istoriate e specificandone i temi iconografici (principi e sovrani, paesaggi e battaglie). Per il resto, la voce fuori campo perlopiù si limita ad indicare il nome degli autori ed i titoli delle opere che vediamo.
Diverso è il caso del commento musicale, dovuto al maestro A.F. Lavagnino, che nel documentario è una presenza ininterrotta. Si tratta di una partitura fortemente evocativa, che vuole dare il senso di un “mondo fatato” (come le sale del Museo vengono ad un certo punto definite dal parlato). In alcuni momenti ci riesce: tenuta in sottofondo, la musica ben si raccorda con quei movimenti di macchina, più o meno ariosi, che – di tanto in tanto – cercano di restituire l’ambiente in cui si trovano i quadri. I quali, peraltro, vengono presentati secondo modalità diverse. In alcuni casi ci si limita ad una inquadratura, nemmeno trattenuta a lungo (è il caso della Traversata dell’Appennino di Giuseppe De Nittis). Altre volte, si passa da un particolare al totale in rapido montaggio (Visita di Caterina de’ Medici allo studio di Rubens, di Domenico Morelli). Oppure, i dipinti vengono attraversati da un sia pur breve movimento di macchina (lo studio sui Giocatori di Filippo Palizzi).
Va detto che il fatto che il parlato sia così parco, permette di immergersi anche nelle immagini di breve durata e, in generale, di percepire una vera e propria sinfonia di colori.
Peccato che, quando si passa alle porcellane, l’incanto si rompa e – dopo l’introduzione parlata – la serie di inquadrature in rapida successione su questi manufatti trasmetta la sensazione di un certo indugio. Certo, le porcellane, prese per sé, possono risultare meno “pregnanti” dei dipinti. Abbiamo visto in Ma alla fine vince Tintoretto che, nei documentari sull’arte, opere dal valore espressivo e dalla capacità comunicativa fuori dal comune sembrano imporsi a prescindere dalle scelte dei registi.
Ma la forza delle grandi tele del maestro veneto o, per rimanere a questo documentario, del De Nittis poc’anzi citato o di quel Boldini che, nello splendido Giornalaio, smentisce l’immagine stereotipata di abile ma frivolo cantore del bel mondo, nella storia dell’arte non è la regola, bensì l’eccezione.
Il resto delle opere, anche non banalmente ordinarie, anche di pregio, necessita – per fissarsi nella mente dello spettatore – di un preciso sforzo di valorizzazione, condotto con un uso sapiente del linguaggio filmico.
Nel caso specifico, ci viene una domanda: cosa sarebbe accaduto se, presentando le porcellane, fosse stata interrotta, anche solo per qualche secondo, la musica? Le immagini non ne avrebbero guadagnato? Spesso, nel concepire la colonna sonora come supporto al dato visivo, non ci si avvede di un pericolo: la possibilità che un commento musicale “prepotente” o anche, semplicemente, onnipresente, indebolisca la visione più che rafforzarla.
Come si può vedere, un piccolo documentario senza data, con pregi e difetti ed un intento didattico (avvicinare gli spettatori ad artisti ritenuti sottovalutati) sostanzialmente conseguito, ha portato lo scrivente a svolgere considerazioni di carattere generale. In ciò non vi è nulla di strano. L’analisi del documentario d’arte, proprio perché questo si fonda sul confronto con altre forme espressive, consente di mettere meglio a fuoco se non lo statuto del cinema - che forse non sarà mai definito una volta per tutte – almeno alcune sue caratteristiche. A partire dal fatto che esso ha sì una parentela con la pittura, ma non di primo grado. Perché dalla fine dell’era del muto il cinema è audiovisione, e vede nel suono uno dei suoi principali mezzi espressivi. Un mezzo che diventa meno incisivo quando se ne fa un uso smodato. Come diceva un grandissimo regista d’oltralpe, Robert Bresson: “Il cinema sonoro ha inventato il silenzio”.
Stefano Macera
Note:
1) Il dvd fa parte della serie "Breve Antologia della pittura italiana".
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Venerdì 31 Agosto 2012 01:18
Michelangelo Gregori
A Volte il troppo silenzio diviene assordante!!!
E me ne dispiaccio soprattutto se penso a Gianluigi, ad Alberto e al Carissimo Franco!!!
Distopia è vero, l’ho tralasciata…in un certo qual modo, ma vive sono entusiasto di vedere che vive negli articoli di Stefano (che non ho il piacere ancora di conoscere)
Inizio a scrivere questa mia prece quanto è vero che inizia il festival di Venezia…così iniziai nove anni or sono!!!
In quasi due quinquenni o in un paio di lustri o poco meno, capirete perché non è cambiato niente (dovreste capirlo a meno di non essere inavsi da qualche tarlo onomatopeutico e critimamente triste)…di cosa devo parlare? Con cosa devo incazzarmi?
C’era una volta un senso nel parlare di cinema, c’era una volta il cinema…adesso cosa c’è?
Rilfettiamo amici, riflettiamo…e lo chiedo per favore!!!!!!!!!!!!!
Proprio perchè non c'è uno specchio, nel gioco di parole del mio titolo, che per una beata volta, non ha voluto parafrasare nulla...
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