"La Paura" e il coraggio di Rossellini
E’ proprio il caso di dire che con Rossellini le sorprese non finiscono mai, perché ogni film presenta elementi di notevole variazione rispetto ai precedenti. “La Paura – non credo più all’amore” (1954), ispirato ad un racconto di Stefan Zweig, si segnala per caratteri che possono addirittura rimandare ad un thriller. Nel senso che per gran parte del film c’è un mistero che viene svelato solo verso la fine: chi c’è dietro la donna che ricatta Irene, minacciando di avvertirne il marito che essa ha un amante?
Ma gli elementi che rinviano al thriller, ad un certo thriller sono anche altri e attengono – oltre che all’intreccio – al dato visivo ed al ruolo di elementi di finzione che nel regista romano raramente assumono una valenza così forte. L’immagine di Irene (Ingrid Bergman) e del marito in automobile mentre alle loro spalle vediamo i trasparenti, ci fa tornare in mente “Notorius” di Hitchcock. Lì, certo, predominava un’atmosfera trasognata, qui è il tono cupo a farla da padrone. In questo, troviamo una forte continuità con le opere rosselliniane del periodo.
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La scomparsa di Ennio De Concini
Ennio De Concini ci ha lasciati nelle ore scorse, a Roma, dopo una lunga malattia. Il noto sceneggiatore aveva scritto circa 150 film, e poi fiction di enorme successo come "La Piovra" (1984-1986-1987), nelle prime tre edizioni. Scrisse anche commedie teatrali. Ma è ricordato soprattutto per aver partecipato alla sceneggiatura di "Sciuscià" di Vittorio De Sica lavorando anche come aiuto regista. Autore di copioni per registi come Raffaello Matarazzo, Duilio Coletti, Riccardo Freda, Clemente Fracassi, Mario Camerini, Sergio Leone. Nell'epoca d'oro del cinema italiano, gli anni '60, De Concini tocca con la sua scrittura tutti i generi, dall'horror al melodramma ("Madame Sans Gene" con Sophia Loren) alle riduzioni letterarie ("Guerra e Pace" di King Vidor) fino alle commedia all'italiana. Qui si segnalò in particolare per le sceneggiature di "Divorzio all'italiana" di Pietro Germi (1961) e "Operazione San Gennaro" di Dino Risi (1966).
Cinema popoli e religioni
Nuova edizione del Festival Cinema Popoli e Religioni, a Terni dal 7 al 16 novembre 2008.
Il cinema come strumento di educazione, alla mondialità, alla comprensione dell’attualità, dei grandi eventi raccontati attraverso storie di uomini e donne di culture diverse. Ogni film è una storia fatta di immagini in movimento per entrare in mondi lontani da noi, per esplorare culture nuove, per scoprire nei fotogrammi, la grammatica del dialogo tra genti diverse. Vincendo la tentazione di cedere al fascino dell’ esotismo, il cinema (il più vecchio tra i mezzi di comunicazione moderni, ma ancora il più efficace) non è uno strumento di evasione ma di conoscenza e di "alfabetizzazione". Un mezzo per approcciare le nuove lingue del dialogo che la sfida della globalizzazione ci impone di conoscere. Per non restare chiusi nei recinti di mondi più o meno piccoli, per non cedere alla tentazione dei fondamentalismi.
Eppure la stragrande produzione cinematografica dei Paesi del Sud del mondo ci è praticamente sconosciuta, tagliata fuori dai circuiti della distribuzione internazionale, negletta dalla stampa e dal pubblico di massa , nel migliore dei casi , seguita a un pubblico di aficionados, presentata in manifestazioni speciali.
Solo pochi titoli, riescono a "sfondare" lo sbarramento dei mercati occidentali. Opere prodotte spesso a basso costo ma di grande valore, come, per citare alcuni titoli "Salam Bombay" dell’indiana Mira Nair, "Bashù, il piccolo straniero" dell’iraniano Bahram Beizai , "Central do Brasil" di Walter Salles, "Guelwaar" del celebre regista senegalese Sembene Ousmane , l’indiano "Monson wedding", l’iraniano "Viaggio a Kandahar", il recente "Private" o la produzione israeliana "Paradise now" firmata dal regista Abu Assad, attualmente in programmazione.
C’è da dire che alcuni classici di filmografie straniere sono stati conosciuti soprattutto grazie alla distribuzione in videocassette o Dvd, mezzi che consentono di ridurre le spese di distribuzione di opere importanti, tagliate fuori dal mercato della grande distribuzione nelle sale.
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Med film festival 2008
Distopia è sempre attenta alle cinematografie emergenti di ogni continente, e si è già occupata in passato della rassegna che annualmente si svolge a Roma, dedicata al cinema mediterraneo. Questa edizione 2008 è dedicata al regista egiziano Youssef Chahine. Si ricordano le tappe principali della vita professionale del elebre regista. Ad esempio, nel 1970 riceve il premio 'Tanit d'oro' al Festival cinematografico di Cartagine. Nel 1973, con 'Il passero', in cui esprimeva le sue opinioni politiche sulla situazione egiziana dopo la Guerra dei sei giorni, debutta come regista politicamente impegnato e, con 'Alessandria... perche'?', vince l'Orso d'argento al festival di Berlino nel 1978. Il film e' il primo episodio di quella che sara' una quadrilogia autobiografica, completata con 'Una storia egiziana' nel 1982, 'Alessandria, ancora e ancora' nel 1990 e 'Alessandria - New York' nel 2004.
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La masseria delle allodole: una delusione
Perché con "La masseria delle allodole" i Taviani mi hanno deluso.
L'opera, come si sa, è ispirata all'omonimo romanzo di Antonia Arslan ed affronta il tema, per troppo tempo rimosso, del genocidio degli armeni durante la prima guerra mondiale. All'inizio, l'impatto è positivo: si parte con riprese in interni, attraversati da una luce calda e soffusa. Nella prima sequenza seguiamo il piccolo Avetis: la camera si muove con scioltezza, di ambiente in ambiente, iniziando a presentarci i membri della famiglia Avakian e della loro servitù.
L'incipit, dunque, è molto cinematografico. Ed in realtà la ricerca delle immagini giuste non viene mai meno nel corso del film come testimoniano, nella seconda parte, certi campi lunghi con le deportate che marciano nel deserto, vinte dalle sofferenze.
Presto, però, sembra trionfare uno script prettamente televisivo, che è come se lavorasse a svuotare di senso le inquadrature, a vanificare la resa espressiva delle immagini.
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