La scomparsa di Ennio De Concini
Ennio De Concini ci ha lasciati nelle ore scorse, a Roma, dopo una lunga malattia. Il noto sceneggiatore aveva scritto circa 150 film, e poi fiction di enorme successo come "La Piovra" (1984-1986-1987), nelle prime tre edizioni. Scrisse anche commedie teatrali. Ma è ricordato soprattutto per aver partecipato alla sceneggiatura di "Sciuscià" di Vittorio De Sica lavorando anche come aiuto regista. Autore di copioni per registi come Raffaello Matarazzo, Duilio Coletti, Riccardo Freda, Clemente Fracassi, Mario Camerini, Sergio Leone. Nell'epoca d'oro del cinema italiano, gli anni '60, De Concini tocca con la sua scrittura tutti i generi, dall'horror al melodramma ("Madame Sans Gene" con Sophia Loren) alle riduzioni letterarie ("Guerra e Pace" di King Vidor) fino alle commedia all'italiana. Qui si segnalò in particolare per le sceneggiature di "Divorzio all'italiana" di Pietro Germi (1961) e "Operazione San Gennaro" di Dino Risi (1966).
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Cinema popoli e religioni
Nuova edizione del Festival Cinema Popoli e Religioni, a Terni dal 7 al 16 novembre 2008.
Il cinema come strumento di educazione, alla mondialità, alla comprensione dell’attualità, dei grandi eventi raccontati attraverso storie di uomini e donne di culture diverse. Ogni film è una storia fatta di immagini in movimento per entrare in mondi lontani da noi, per esplorare culture nuove, per scoprire nei fotogrammi, la grammatica del dialogo tra genti diverse. Vincendo la tentazione di cedere al fascino dell’ esotismo, il cinema (il più vecchio tra i mezzi di comunicazione moderni, ma ancora il più efficace) non è uno strumento di evasione ma di conoscenza e di "alfabetizzazione". Un mezzo per approcciare le nuove lingue del dialogo che la sfida della globalizzazione ci impone di conoscere. Per non restare chiusi nei recinti di mondi più o meno piccoli, per non cedere alla tentazione dei fondamentalismi.
Eppure la stragrande produzione cinematografica dei Paesi del Sud del mondo ci è praticamente sconosciuta, tagliata fuori dai circuiti della distribuzione internazionale, negletta dalla stampa e dal pubblico di massa , nel migliore dei casi , seguita a un pubblico di aficionados, presentata in manifestazioni speciali.
Solo pochi titoli, riescono a "sfondare" lo sbarramento dei mercati occidentali. Opere prodotte spesso a basso costo ma di grande valore, come, per citare alcuni titoli "Salam Bombay" dell’indiana Mira Nair, "Bashù, il piccolo straniero" dell’iraniano Bahram Beizai , "Central do Brasil" di Walter Salles, "Guelwaar" del celebre regista senegalese Sembene Ousmane , l’indiano "Monson wedding", l’iraniano "Viaggio a Kandahar", il recente "Private" o la produzione israeliana "Paradise now" firmata dal regista Abu Assad, attualmente in programmazione.
C’è da dire che alcuni classici di filmografie straniere sono stati conosciuti soprattutto grazie alla distribuzione in videocassette o Dvd, mezzi che consentono di ridurre le spese di distribuzione di opere importanti, tagliate fuori dal mercato della grande distribuzione nelle sale.
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Med film festival 2008
Distopia è sempre attenta alle cinematografie emergenti di ogni continente, e si è già occupata in passato della rassegna che annualmente si svolge a Roma, dedicata al cinema mediterraneo. Questa edizione 2008 è dedicata al regista egiziano Youssef Chahine. Si ricordano le tappe principali della vita professionale del elebre regista. Ad esempio, nel 1970 riceve il premio 'Tanit d'oro' al Festival cinematografico di Cartagine. Nel 1973, con 'Il passero', in cui esprimeva le sue opinioni politiche sulla situazione egiziana dopo la Guerra dei sei giorni, debutta come regista politicamente impegnato e, con 'Alessandria... perche'?', vince l'Orso d'argento al festival di Berlino nel 1978. Il film e' il primo episodio di quella che sara' una quadrilogia autobiografica, completata con 'Una storia egiziana' nel 1982, 'Alessandria, ancora e ancora' nel 1990 e 'Alessandria - New York' nel 2004.
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La masseria delle allodole: una delusione
Perché con "La masseria delle allodole" i Taviani mi hanno deluso.
L'opera, come si sa, è ispirata all'omonimo romanzo di Antonia Arslan ed affronta il tema, per troppo tempo rimosso, del genocidio degli armeni durante la prima guerra mondiale. All'inizio, l'impatto è positivo: si parte con riprese in interni, attraversati da una luce calda e soffusa. Nella prima sequenza seguiamo il piccolo Avetis: la camera si muove con scioltezza, di ambiente in ambiente, iniziando a presentarci i membri della famiglia Avakian e della loro servitù.
L'incipit, dunque, è molto cinematografico. Ed in realtà la ricerca delle immagini giuste non viene mai meno nel corso del film come testimoniano, nella seconda parte, certi campi lunghi con le deportate che marciano nel deserto, vinte dalle sofferenze.
Presto, però, sembra trionfare uno script prettamente televisivo, che è come se lavorasse a svuotare di senso le inquadrature, a vanificare la resa espressiva delle immagini.
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Un film che forse non vedrete mai: Le dernier des fous
C’è una rassegna che cerco di non perdere mai: Locarno/Roma. Qui ho l’occasione di vedere opere che spesso non vengono distribuite in Italia, come Le dernier des fous, di Laurent Achard, vincitore del Pardo d’argento (premio alla regia) nella edizione del 2006, da me ammirato il 28 agosto di quell’anno e mai uscito nelle nostre sale. Questo film si distingue subito per l’alternarsi di due sguardi. Quello di Martin, il bambino protagonista è il primo che incontriamo e ci accompagnerà lungo tutto il film, racconto del disfacimento d’una famiglia che vive isolata in una fattoria, nella campagna francese. Poi vi è un altro sguardo, quello su Martin o, più propriamente, sul modo in cui il bambino guarda le cose, osserva i momenti drammatici della vita familiare.
Si pensi, verso la fine, alla sequenza in cui scopre il suicidio del fratello Didier, omosessuale, poeta incompreso ed in forte contrasto con il padre e – soprattutto – con la nonna, colei che decide il destino della casa.
Il bambino si avvicina al portone gigantesco d’una stalla, lo vediamo – una volta aperto il portone – che guarda fisso, non sappiamo dove. Poi viene inquadrato il fratello impiccato. Il dramma, pur smorzato, è già tutto negli occhi dell’infante.
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