Una visione Differente

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Napoletani a Milano

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Ormai in tutto il mondo occidentale si fanno ipotesi e congetture sugli abbinamenti di questa rubrica. Sembra che sia sorto anche un giro di scommesse clandestine; anzi, io stesso ho ricevuto la telefonata di un notabile (del quale taccio il nome per ovvi motivi) che, avendo puntato una grossa somma sul film sbagliato, ha tentato di corrompermi in cambio di una fiammante Fiat Barchetta e di un posto come critico cinematografico al TG1, dove sembra che si siano stancati (ed era ora) di Vincenzo Mollica.
Ovviamente ho rifiutato, non solo per una questione di integrità, ma anche perché la Barchetta ha solo due posti e la mia ragazza, da sola, ne occupa molti di più. E poi mi dispiaceva scalzare Mollica, che è un pezzo di pane.

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Respiro

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Grazia si spoglia perché vuole sentire il mare sulla pelle. Grazia gira avviluppata in una rete da pesca, come la bambola della canzone di Patty Pravo che le piace tanto. Grazia non sopporta la violenza e libera i cani perché almeno loro possano godersi la bellezza di un’isola inquinata dalle convenzioni …Ma cosa succede? Grazia devi correre, devi scappare! Dicono che sei pazza e vogliono ricoverarti a Milano. Fuggi Grazia, e non avere paura, tuo figlio Pasquale ti nasconderà in una bellissima grotta come se fossi un tesoro, il tesoro della tua isola. Sta’ tranquilla Grazia, ora non possono più separarti dalla tua isola, e dopo che i falò avranno bruciato i pregiudizi degli uomini, tutti verranno a stare con te sott’acqua, dove una vita diversa è possibile, e mille braccia, e mille gambe, si muovono al ritmo del respiro del mare.

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L'avventura

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Dall’isola di Lampedusa, cui eravamo approdati per RESPIRO di Emanuele Crialese, ci imbarchiamo per raggiungere le isole Eolie, in cui è ambientata una parte di L’AVVENTURA, celebre film di Michelangelo Antonioni del 1959.
Film famoso, dicevo. Sicuramente il primo in cui il cineasta ferrarese abbia affrontato in modo davvero incisivo il tema dell’incomunicabilità (seguiranno, a completare la trilogia, LA NOTTE e L’ECLISSE, sempre con la musa Monica Vitti). Però io credo che non si possa archiviare la prima parte della produzione di questo grande regista con un solo termine: incomunicabilità. Così come non si può liquidare l’ultima fase della sua produzione – quella di BLOW UP e ZABRISKIE POINT – sostenendo che si tratta di “film sull’alienazione”. Le etichette nel cinema sono sempre fuorvianti.

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L'ora di religione

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Mentre è in questi giorni sugli schermi il suo ultimo film BUONGIORNO, NOTTE che purtroppo non ha vinto il Leone d’oro a Venezia, la nostra GIOSTRA ITALIANA, nel suo piccolo, vuole rendere omaggio al grande Marco Bellocchio parlando del suo penultimo film: L’ORA DI RELIGIONE (IL SORRISO DI MIA MADRE) che nella scorsa stagione ha riscosso numerosi premi e meritati consensi.
A quasi quarant’anni di distanza dal suo esordio ribelle, I PUGNI IN TASCA, Bellocchio tenta di nuovo di descrivere il paese in cui vive con un film in armonioso bilico fra drammatico, grottesco ed onirico. Un film laico che, paradossalmente, parla di fede, della fede nella Bellezza, nel rifiuto della società omologante in cui anche la religione si sottomette alle regole del mercato e del profitto. L’ORA DI RELIGIONE è un film ateo che può guardare anche una persona credente, perché fa riflettere sulla concezione utilitaristica e bigotta che molti hanno della fede, una concezione che dovrebbe far inorridire anche e soprattutto chi crede veramente in un dio, qualunque esso sia. In questo modo il film di Bellocchio diventa anche una parabola sulla recrudescenza del conformismo che vuole annullare il pensiero personale per trasformare ogni individuo in ciò che gli altri vogliono che sia, privandolo probabilmente non solo della sua coerenza ma anche della propria autostima.

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La dolce vita

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Dal potente e rigoroso affresco dell’Italia odierna di L’ORA DI RELIGIONE, con un volo pindarico all’indietro arriviamo all’affresco per eccellenza: quello che il sommo regista Federico Fellini dipinse – cinematograficamente parlando – con LA DOLCE VITA (1960).
E’ molto difficile parlare di questo film senza dire qualcosa che sia già stato rilevato, analizzato e raccontato in questi quarant’anni. C’è anche chi lo ritiene l’ultimo film importante di Fellini, accusando le sue opere posteriori (da OTTO E MEZZO in poi) di eccessivo soggettivismo. LA DOLCE VITA all’epoca suscitò un vespaio, come racconta Germi in una sequenza chiave di DIVORZIO ALL’ITALIANA.
Alla prima del film ci fu chi addirittura sputò in faccia a Fellini, reo di essere un <<comunista>> che raccontava un’Italia <<depravata>>. Del resto si tratta del destino degli anticipatori. Ma il film vinse la palma d’oro a Cannes e divenne presto un simbolo della società italiana di quegli anni . Il titolo, e il termine “paparazzo” (che deriva dal cognome di un personaggio) sono ancora usati nel linguaggio corrente.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin