Una visione Differente

Aronofsky perde ai punti.

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Era da parecchio che non andavo al cinema con tanta frequenza come nell'ultimo mese. Diversi i titoli annunciati da roboanti nomination a questo o a quell'altro premio, ma quasi sempre simile la sensazione di delusione che accompagna anche questo  quarto film di Darren Aronofsky che con "PiGreco" e "Requiem For a Dream" aveva fatto intravedere un'originalità nello stile che a questo punto, dopo anche il brutto episodio de "L'Albero Della Vita", sembra essere solo un antico ricordo.

 "The Wrestler" è ,infatti, un lavoro banale e pieno zeppo di quella retorica dell'ex-eroe in bilico tra  rivalsa e  piena autodistruzione, infarcita di personaggi e relative situazioni sature di dialoghi sempre uguali a se stessi, in grado di far impallidire anche il piu' scialbo episodio di un qualunque telefilm per i pomeriggi di italiauno.
Randy "The Ram", nell'appesantita e lacerata interpretazione di un magnifico Mickey Rourke, prima in caduta libera e ora nuova(mente) star cinematografica, è un ex lott-attore di wrestling/hollywood che, in seguito ad un infarto, si trova a dover gestire i rapporti con la figlia (Evan Rachel Wood)  ed un' improbabile compagna per la vita, nonchè spogliarellista-ragazza-madre (Marisa Tomei). Il resto è un susseguirsi di situazioni stereotipate, alternate ad atroci scene di combattimento, ricche di sangue e carni in sovresposizione, mortificate da anabolizzanti, bibitoni, chiodi e puntine come neanche La Passione di Gibson poteva fare (ce lo dicono loro stessi). La differenza è solo nella tinta per capelli, anche se entrambi finiscono a braccia aperte.

Il fallimento è in  tutti, nella decadenza del corpo sotto il peso del tempo, oggetto di sguardo sempre e comunque, sul ring come nei nightclub, incapace di lottare/farsi desiderare come in quegli anni 80 in cui tutto era diverso e  "i Guns ben lontani da Kurt". Non e' un caso che tutti tranne la figlia, unica innocente perchè priva di un passato da dimenticare,  vengano presentati di spalle, come vergognosi del loro presente, della loro condizione umiliata di specchio volentoroso ma incapace di rimandare il ricordo di un sè nel frattempo frammentato ed invecchiato, dimenticato e messo da parte come star di vecchi videogames a cui nessuno vuole piu' giocare.

La riflessione intima e forse anche interessante, di certo per nulla nuova o centrale, viene annacquata in un mare di dialoghi da teleromanzo, da padre-nemico-assente a padre-adesso-ci-sono-io che torna padre sciagurato per una figlia a cui viene dato lo spessore di una carta di caramella, di certo meno melensa di questa discutibilissima presenza, di cui forse la struttura stessa del film avrebbe fatto  a meno, sviluppando meglio le vicende interiori trasfigurate nella solita citta' spenta, brutta, cupa e deserta lontana dalle luci e dalla fama del luccicante ring.

 

Si tratta, insomma, di un'opera sommaria, che parte con grandi promesse  (il primo tempo conquista per la lucidita' dello spettacolo in contrasto alla solitudine del personaggio, consumato nella pelle e nella mente dal ricordo di ciò che non è piu') e si chiude in dialoghi privi di credibilità a conclusione di situazioni risolte troppo frettolosamente, a volte esasperate (lo sfogo del wrestler nel supermercato assume toni addirittura grotteschi degni di un Van Damme di serie di C) togliendo qualunque respiro a qualsivoglia spessore.

Aronosfky rimane schiacciato dal peso del film, dalla presa mortale di un personaggio poco approfondito, interpretato magistralmente ma messo alle corde da una storia poco credibile per quanto consumata. Passato il round dei bellissimi esordi, il film sembra agoniare sperando di vincere ai punti. Nell'attesa, arrivano i titoli di coda.


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Andrè Bazin