Tratto da “Qui est criminelle?” di Caroline Eliacheff, il film è sceneggiato da Caroline Eliacheff e Louise L.Lambrichs, con adattamento e dialoghi di Claude Chabrol. Eccellente la fotografia di Eduardo Serra. Curata nei particolari d’epoca la scenografia di Françoise Benoit-Fresco. Da segnalare anche il montaggio di Monique Fardoulis. Circa il testo della Eliacheff, c’è da dire che è uscito lo scorso 6 febbraio in Francia, per i tipi delle edizioni Albin Michel, insieme con la sceneggiatura del film. Interessante proposta per gli appassionati del rapporto tra cinema e letteratura, che speriamo abbia un seguito anche in Italia.
L’attivissimo 73enne regista francese, superata la quota di 50 films diretti (per una sintesi della sua filmografia si rinvia alla seconda parte di questo pezzo), l’abbiamo lasciato due anni e mezzo fa a Venezia, dov’era fuori concorso con “Grazie per la cioccolata”, per ritrovarlo in concorso a Berlino nei giorni scorsi, con una voglia di mettersi in gioco in una rassegna festivaliera che molti altri autori del suo prestigio e della sua età hanno perso da tempo.
Con “Il fiore del male”, Chabrol torna per l’ennesima volta a parlare della borghesia, tramite il ritratto – ambientato nella provincia francese, esattamente nelle regione di Bordeaux – di una famiglia, quella degli Charpin-Vasseur, attraversandone tre generazioni. Da zia Line (Suzanne Flon) a sua nipote Anne (Nathalie Baye), fino ad arrivare a Michèle (Mélanie Doutey), figlia di Anne. Tre generazioni che girano intorno all’immutabile casa di famiglia, come nella miglior (o peggior?) tradizione borghese, dove alla fin fine i protagonisti tornano sempre.
Definita “un’allegra tragedia greca”, la saga della famiglia Charpin-Vasseur funge da spunto anti-borghese per uno Chabrol votato da sempre a fungere da castigatore di vizi impensabili per persone socialmente insospettabili. Il punto fisso (una sorta di comune denominatore che lega le diverse generazioni della famiglia) è la casa di famiglia, autentico regno di Micheline Charpin, vale a dire zia Line, che ha vissuto lì dall’infanzia. Figlia di Pierre Charpin, che ha occupato una carica amministrativa assai rilevante dal 1940 al 1944, nel corso degli anni Micheline ha perso in circostanze tragiche i genitori, il fratello maggiore, la sorella Marie-Jeanne e suo cognato. Donna molto attiva e dinamica, aperta alla modernità, porta con sé un pesante bagaglio di ricordi e segreti, uno dei quali risulta assolutamente inconfessabile e che la ossessiona. Considerata la pesante serie di lutti occorsi alla famiglia, dopo zia Line si salta pressoché a pie’ pari una generazione, per arrivare direttamente alla nipote Anne. Orfana di entrambi i genitori sin dal 1958, Anne perde anche il marito (un cugino) insieme con la cognata, e finisce con lo sposare in seconde nozze Gérard, fratello del primo marito, quindi anch’egli suo cugino.
Accanto al tema, caro al regista transalpino, dell’attacco a testa bassa contro la borghesia di provincia, c’è un altro filo rosso che lega la gran parte della ricca (qualitativamente e quantitativamente) produzione di Chabrol: la commedia noir, con tanto di citazione di Hitchcock, nella sequenza di apertura, che non dovrà sfuggire agli spettatori più attenti, anche per meglio comprendere quanto di drammatico accadrà molto più avanti nel film.
Chabrol, presente a Berlino per l’anteprima del film, in concorso al festival, afferma di pensare così spesso alla borghesia non perché si tratti di un’ossessione personale, bensì perché si tratterebbe dell’unica classe sociale ancora esistente. La definisce “un capolavoro di sopravvivenza”. Essa tenderebbe ad eliminare ogni conflitto sociale, facendo credere che tutto cambi, mentre contribuisce a non far cambiare nulla. Il che ci riporta, fatte le debite differenze spazio-temporali, all’altrettanto felice intuizione di Tomasi di Lampedusa che, ne “Il Gattopardo”, giunge - non senza delusione - alle stesse conclusioni di Chabrol.
A Berlino, il regista ha dovuto rispondere anche alle critiche su un’altra saga familiare, quella che vede impegnata tutta la sua famiglia nelle sue ultime pellicole. Dal figlio attore, all’altro figlio compositore di musiche; dalla figlia segretaria di edizione, alla moglie, fino ad arrivare alla particina per l’ex marito dell’attuale compagna. Il regista non si scompone, ed afferma in conferenza stampa: “Quanto a nepotismo, sono il Breznev del cinema francese”.
Il film segue fedelmente il doppio binario della sottolineatura di connotazioni sociali e, contestualmente, di pellicola noir. Per i tanti appassionati di Chabrol forse non c’è nulla di nuovo, ma non può neanche esserci delusione alcuna, trattandosi di un film all’altezza delle aspettative. Come nelle ultime occasioni del recente passato, si trova un’attenzione particolare alla fotografia ed all’accompagnamento musicale (la colonna sonora in Francia è già un disco di successo dalla scorsa settimana). Molto buone le prove di Suzanne Flon (per gli italiani, forse, una sorpresa) e di Nathalie Baye (una conferma).
Claude Chabrol – Brevi cenni filmografici.
Tra i films ricordiamo: I cugini (1958), Le beau Serge (1958), A doppia mandata (1959), Landru (1963), Les biches (1967), Stéphane, una moglie infedele (1968), L'amico di famiglia (1973), Violette Nozière (1978), I fantasmi del cappellaio (1982), L'ispettore Lavardin (1986), Un affare di donne (1988), Madame Bovary (1991), L'inferno (1994), Il buio nella mente (1995), Rien ne va plus (1997), Il colore della menzogna (1998), Merci pour le chocolat (2000).
Le beau Serge (Le beau Serge - 1958), con Gérard Blain, Jean-Claude Brialy, Michèle Meritz, Bernadette Lafont. Storia di un ragazzo di Parigi che ritrova un amico di infanzia, il Serge del titolo, alcolizzato perché deluso da un matrimonio sbagliato. Al suo esordio, Claude Chabrol si infila da protagonista nel dream team di registi francesi della cosiddetta Nouvelle Vague, conquistando subito i favori della critica (premiato al festival di Locarno del 1958) e del pubblico più attento.
Stéphane, una moglie infedele (La femme infidèle - 1968), con Michel Bouquet, Stéphane Audran, Maurice Ronet, Michel Duchaussoy. Un agente assicurativo si rende protagonista dell’assassinio dell’amante della moglie. In breve, la Polizia si avvicina sempre più all’uomo. Grande prova di Michel Bouquet, ed eccellente pagina di noir francese scritta da Chabrol. Preciso, ben ritmato, con una felice sottolineatura introspettiva dei personaggi principali, che si modificano in progress con lo sviluppo della storia.
I fantasmi del cappellaio (Les fantômes du chapelier - 1982), con Michel Serrault, Charles Aznavour, Aurore Clément, François Cluzet, Isabelle Sadoyan. Ambientato in un paese della provincia bretone, questo film narra la storia di un cappellaio che, dopo aver ucciso la propria moglie, espone un manichino seduto in poltrona davanti ad una finestra di casa, facendo credere che sia la moglie malata. Ovviamente, nonostante il cadavere sia ben nascosto, l’uomo corre i suoi rischi, e cerca di coprirli commettendo altri omicidi che lo sovraespongono.
L'ispettore Lavardin (Inspecteur Lavardin - 1986), con Jean Poiret, Jean-Claude Brialy, Bernadette Lafont, Jean-Luc Bideau, Hermine Clair. Il celebre personaggio dell’ispettore Lavardin è, in questa storia, impegnato nelle indagini relative all’omicidio di uno scrittore il cui corpo è stato trovato, nudo, sulla spiaggia di una località balneare della Bretagna. La giovanissima figliastra dello scrittore mette l’ispettore sulla strada della verità. Ancora un noir, ancora un cadavere per Chabrol, ma anche in questo caso il film è l’occasione per disprezzare la borghesia.
Un affare di donne (Une affaire de femmes - 1988), con Isabelle Huppert, François Cluzet, Marie Trintignant. Ambientato durante il secondo conflitto mondiale, questa pellicola narra la storia di Marie, un’abortista, del suo impegno per aiutare la famiglia non abbiente, del suo giovane amante, e del dramma vissuto dalla donna quando il marito – per vendicarsi del rapporto extra-coniugale della consorte – la denuncia facendola condannare a morte. Tratto da un vero fatto di cronaca: difatti, nel 1943 fu ghigliottinata per l’ultima volta una francese.
Madame Bovary (Madame Bovary - 1991), con Isabelle Huppert, Jean-François Balmer, Christophe Malavoy. Una delle tante trasposizioni (tra quelle cinematografiche e quelle televisive) della celebre opera di Flaubert. Ancora una delle tante prove (ben sei) della Huppert con Chabrol. Agile, intenso, fluido, il film si avvale delle ottime prove proprio della Huppert e del suo pigmalione.
Il buio nella mente (La cérémonie - 1995), con Isabelle Huppert, Sandrine Bonnaire, Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel, Virginie Ledoyen. Storia di due donne povere e deboli, una domestica analfabeta ed una modesta portalettere, che si trovano “contro” una famiglia (guarda caso!) della borghesia di provincia. Le due donne arrivano a far fuori questa famiglia: genitori e due figli. Il movente? Semplicemente… l’invidia di classe! Occasione per una delle tante incursioni del regista alla Mostra di Venezia, dove le due protagoniste, Huppert e Bonnaire, si aggiudicano ex-aequo la Coppa Volpi.
Grazie per la cioccolata (Merci pour le chocolat - 2000), con Isabelle Huppert, Jacques Dutronc, Anna Mouglalis, Rodolphe Pauly. André, un pianista, sposa per la seconda volta la prima moglie, Mika. Lei dirige un’azienda di cioccolata, e non a caso la storia è ambientata in Svizzera. Una ragazza, Jeanne, s’insinua nella casa di André, credendo di essere figlia della defunta seconda moglie del pianista, scambiata alla nascita con Guillaume. Ancora una partecipazione a Venezia, ma fuori concorso, e – soprattutto – ennesima occasione per una feroce critica dei vizi privati e pubbliche virtù borghesi.














