Nell'attesa che arrivi nelle sale il prossimo "Tokyo!", mi prendo la liberta' di lanciare uno sguardo sull'ultimo film edito di uno dei piu' immaginifici registi di questi ultimi anni. Prima acclamato regista di clip (Bjork, Kylie Minogue, Lenny Krazitz e su tutti quel capolavoro di "Around The World" dei Daft Punk), ora irresponsabile genio di lungometraggi capaci di restituire quell'aura di esperienza magica al cinema, Michel Gondry ha il gusto della sorpresa.
Ad ogni proiezione stupisce per il sorriso semplice delle sue meraviglie artigianali, per la superba facilita' di creare con poco, da idee dotate di un'originalita' unica, favolosi mondi onirici riconoscibili e nuovi ogni volta.
Be Kind Rewind e' un grossolano, popolare, divertito e divertente omaggio al cinema, dove non si sceglie tra l'aulico ma si preferisce scavare (a dire la verita' neanche troppo) tra i blockbuster che hanno reso il cinema intrattenimento prima di tutto, creato fenomeni da imitazione generazionale, capace di influenzare sogni e miti, imporre espressioni e slang, modificare gusti e costumi. Nell'immaginario ha avuto certo piu' importanza Robocop che Orson Welles, le masse sono rimaste piu' impressionate dagli effetti speciali dei GhostBusters che dalle atmosfere impressioniste del Gabinetto del Dottor Caligari, hanno preso a mito Rocky o Rambo piuttosto che i protagonisti de I Sette Samurai; il potere di aggregazione di quei film, masticati e rimasticati, trasmessi e ritrasmessi, e' rievocato in pieno dalle versione "sweded" presentate nella pellicola dove Jack Black e soci, in seguito alla smagnetizzazione di un' intera videoteca, decide di riproporre tutti i titoli in versione amatoriale, sfruttando i pochi mezzi e le mille idee che rendono i loro film, come questo, qualcosa di deliziosamente godibile.
Il segreto e' questo: l'illusione a cui assistiamo davanti ad una qualsiasi pellicola e' quella prodotta dalla nostra mente, capace di organizzare un puzzle fatto di mille sequenze in un unico discorso, lineare e logico, in cui l'unica cosa che serve è la volontà di lasciarsi trasportare consapevoli del fatto che il funzionamento del film si basa tanto sulla sua buona realizzazione, quanto sulla nostra capacità di farci affabulare. Il successo delle versioni amatoriali, con improvvisati registi, tanto simpatici quanto incapaci, è la prova che l'illusione di realtà, come quella di un divertimento facile ed istantaneo, è un discorso di sola volontà, di inventiva più che di mezzi economici a disposizione, dimostrando, inoltre, che i ruoli di spettatore ed attore sono facilmente invertibili; esemplare a tal proposito è l'ultima sequenza in cui davanti e dietro allo schermo sembra che ci siano solo spettatori, al tempo stesso attori della loro, quanto della nostra, pellicola.














