Una visione Differente

Il "Fenomeno Gomorra": Saviano-Garrone

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"Dobbiamo mantener vivo in noi un senso dello scandalo così acuto da influire su ogni aspetto significativo della nostra collocazione nella storia e nella società. Dobbiamo, come avrebbe detto Emily Dickinson, mantenere l’anima in uno stato di terribile stupore.."
G. Steiner, "Nel castello di Barbablù"

Il successo internazionale suscitato dal best seller di Saviano "Gomorra" e, sulla sua scorta, dal film omonimo di Garrone premiato a Cannes, non richiede ancora altre riflessioni sul piano estetico-artistico della narrazione scritta e cinematografica, sono estremamente eloquenti e ridondanti i prestigiosi premi di critica e le esorbitanti cifre di botteghino. Siamo di fronte a due indiscussi capolavori e a due artisti, ciascuno nella sua arte. Ma siamo anche di fronte ad un caso di "non semplice denuncia" fine a se stessa della degenerazione di un paese, attraverso i linguaggi mediatici, come ce ne sono già state altre (il poliziesco-terroristico degli anni settanta, le fiction su figure o vicende storiche legate alla mafia o semplicemente alla cronaca macro o micro che fosse).
Ciò che merita riflessione, una più ampia argomentazione, sensibilizzazione e divulgazione è, oltre il sovrastante entusiasmo per un rinato cinema italiano d’autore, il coinvolgimento del proprio "pubblico" che sia il libro che il film nella propria genesi strutturale intendono veicolare, confermato dalle voci dei loro rispettivi autori nelle varie interviste rilasciate. Il libro di Saviano non è catalogabile in nessun genere letterario, non è un romanzo, non è una raccolta di saggi, una documentazione storiografica, un'inchiesta giornalistica e forse anche per questo ha attratto l'interesse di un pubblico variegato ed internazionale. Roberto Saviano nelle sue interviste dichiara apertamente di non aver mai pensato alla prospettiva di un best seller, ma di esser stato mosso dalla "rabbia", per reazione alla realtà corrotta e violenta, sopraffattrice e asfissiante che respira nel suo paese.
Il suo intento principale è sempre stato svelare quelle verità negate e camuffate su cui si fondano apparenze e pregiudizi: la Camorra non è una piaga territoriale circoscritta, ma un "sistema" economico nazionale, i cui ingranaggi ben collaudati non sono le ostentate stragi criminali tra faide, ma i traffici imprenditoriali più raffinati.
Saviano non solo scuote un'opinione pubblica legata a stereotipi storici sulla realtà napoletana, ma offre nuovi nuclei di indagine, invitando il lettore ad addentrarvisi dal di dentro, senza filtri, attraverso testimonianze slegate di diversa natura (dall'alta moda al traffico di armi, dallo smaltimento dei rifiuti all'immaginario hollywoodiano che anima lo style criminale).
La stessa linea direttrice è seguita dal regista Matteo Garrone, che ha più volte dichiarato di aver voluto girare il vero dal vero, articolando lunghi piani sequenza, come se la mano del regista fosse invisibile, affinché allo spettatore giungesse immediatamente lo stesso pugno nello stomaco che egli stesso ha provato dinanzi alla realtà che andava a registrare. E non si può certo negare che l’obbiettivo non sia stato raggiunto! bastino per tutte le sequenze che aprono e chiudono il film (l'attentato al solarium; l'assassinio di Marco e Ciro). Il film si pone da contenitore di cinque vicende sconnesse tra loro e allo stesso tempo tasselli dello stesso mosaico, unità resa dal linguaggio-dialettale sottotitolato. Garrone ha dichiarato d'ispirarsi alla pittura nel realizzare i propri lungometraggi e non sorprenderebbe se rivelasse di aver fatto riferimento in questo caso al paradosso pittorico dell'"assorbimento", secondo cui il quadro/film è una realtà compiuta che non si completa con lo sguardo dello spettatore, proprio per permettergli di entrarvi profondamente dentro senza il distacco di chi guarda da un luogo separato.
Una tale scelta sottende anche l'esenzione di ogni condanna morale e sentimentalismo patetico d'accompagnamento. Lo spettatore non avrà, infatti,la possibilità di vivere il film in modo tradizionale identificandosi coi protagonisti, gustando la suspance del districarsi di un triller o di un noir. Si attende sin da subito l'epilogo tragico delle bravate dei ragazzi, dello scissionismo, dello sfruttamento senza regole nei traffici illegali.
Il messaggio non è tanto una realtà rivelata, quanto rendere la sensazione stomachevole di una realtà appunto partecipata, l'invito drastico a dis-mettere "i panni dello spettatore", che permette la fruizione deresponsabilizzata della rappresentazione.
Realtà e finzione si fondono in un tutt'uno senza criterio, è questo forse il male retorico della cultura contemporanea, della cultura mediatica globale, in cui capita che Saviano si ritrovi sotto scorta, mentre Garrone riceva il benestare e la collaborazione della stessa delinquenza locale entusiasta per le riprese sul posto; che il ministero dei beni culturali patrocini lungometraggi sulle vicende storiche criminali, mentre quello della pubblica istruzione lasci alle autonomie scolastiche la facoltà di attuare o meno percorsi educativi sui linguaggi mediatici, per cui è possibile gustarsi la fiction sulla vita criminale di Totò Rina o il film cult Scarface con lo stesso atteggiamento. Una delle vicende più toccanti del film Gomorra è non a caso quella che vede protagonisti Marco e Ciro, due ragazzi esaltati dalla droga e dal mito di Tony Montana. Come loro altri personaggi, Don Ciro (che porta le mesate alle famiglie dei carcerati) il piccolo Totò (che si sottopone al rito di iniziazione per l'ingresso ufficiale nel "sistema") soccombono alla scelta obbligata di essere un anello dell'ingranaggio, come se al di là del quartiere non vi fosse altro mondo, non vi fosse più mondo. Un microcosmo, quello napoletano, che funziona impeccabilmente ed attrae i sociologi francesi curiosi di capire come mai nella periferia degradata di Scampia non scoppi la stessa rivolta delle balieu parigine!
Scuotere lo stesso interesse è il valore aggiunto dei capolavori (film e libro) del "fenomeno Gomorra" ma non solo. Sensibilizzare all'idea che un'alternativa c'è, se pur rischiosa, è il loro scopo ultimo e sostanziale ed è reso dalle storie del sarto Pasquale e del neolaureato Roberto. Uscire dal sistema, ricostruire tutto da zero imboccare un'altra strada, (è emblematico che Pasquale, sarto d'eccezione viaggi altrove da camionista, mentre Roberto volti le spalle all'imprenditore senza scrupoli (T. Servillo) e prosegua a piedi verso una meta non dichiarata).
E non è forse così scontato concludere tornando al titolo stesso del libro, mantenuto anche per il film. D'impatto "Gomorra" ricorda per consonanza "camorra", ma anche il passo celebre della Genesi che racconta della distruzione di "cinque" città (come cinque sono le storie che articolano il film) distrutte per volere divino a causa della corruzione e della perversione che si perpetuava in esse. E allora il senso da cogliere è semplicemente che finché ci saranno scrittori, registi... uomini coraggiosi, capaci di non assuefarsi al "sistema", che abbiano "l'ardire di parlare" e di tener il proprio "...senso dello scandalo così acuto da influire su ogni aspetto significativo nella storia e nella società.." Gomorra non sarà distrutta?
Genesi 18
E l'Eterno disse: «Siccome il grido che sale da Sodoma e Gomorra è grande e siccome il loro peccato è molto grave, io scenderò per vedere se hanno veramente fatto secondo il grido che è giunto a me; in caso contrario, lo saprò». Allora Abrahamo si avvicinò e disse: «Farai perire il giusto insieme con l'empio?.... Ammesso che ci siano cinquanta giusti nella città. distruggeresti tu il luogo e non lo risparmieresti per amore dei cinquanta giusti ? L'Eterno disse: «Se trovo nella città di Sodoma cinquanta giusti, io risparmierò l'intero luogo per amor loro». ...Allora Abrahamo riprese e disse: «Ecco, prendo l'ardire di parlare al Signore, benché io non sia che polvere e cenere. Ammesso che in città se ne trovino dieci?». L'Eterno rispose: «Non la distruggeró per amore dei dieci».

 


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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
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Andrè Bazin