Da allora, il regista milanese (di adozione) ha abbandonato le tematiche che hanno decretato il suo successo (l'amicizia, il viaggio, il ritratto generazionale) ed ha intrapreso nuove strade, ora virando nella realtà virtuale (NIRVANA); ora svecchiando la struttura narrativa tradizionale come accadeva nel capolavoro RAPINA A MANO ARMATA di Kubrick (AMNESIA); ora trasponendo filmicamente il romanzo di uno scrittore come Domenico Starnone (DENTI). Tuttavia, a modesto ed opinabile parere di chi scrive, nessuno dei film sopra elencati era del tutto riuscito. Trovo invece ottimo questo IO NON HO PAURA, che il cineasta ha ricavato dall'omonimo romanzo di Niccolò Ammanniti. Quest'ultimo - che fa parte di una nuova generazione di scrittori definiti "pulp" o "cannibali" - si era già occupato del delicato periodo di transizione fra l'infanzia e l'adolescenza nel bel romanzo TI PRENDO E TI PORTO VIA, in cui uno dei protagonisti era un dodicenne problematico che - se ricordo bene - si chiamava Pietro Moroni. E Salvatores, intuendo il potenziale cinematografico della narrativa di Ammanniti, racconta in questo film la storia di un bambino di dieci anni, Michele, che scopre casualmente il rapimento di un suo coetaneo, architettato da un manipolo di adulti mediocri e scellerati, di cui fanno parte i suoi genitori. Per la cronaca, lo scenario in cui si svolge l'azione è la campagna lucana degli anni settanta. Drammaturgicamente parlando, la scelta vincente della sceneggiatura è quella di raccontare la storia in "prima persona", assumendo come punto di vista quello di Michele: in parole povere, la cinepresa non abbandona mai il bambino, lo spettatore ne sa quanto lui sui fatti, come se tutto il film fosse una lunghissima soggettiva. Ma, mentre il bambino intuisce il male ma non lo comprende, lo spettatore si riconosce in quel mondo adulto popolato di mostri ben più temibili di quelli immaginati da Michele e dal suo alter ego, Filippo, il bambino che vive in un buco ed è convinto di essere morto. Per quanto riguarda poi la regia di Salvatores, tanto di cappello! Abbandonati i virtuosismi di AMNESIA come l'abuso dello split-screen (lo schermo che si moltiplica), il nostro illustra in modo encomiabile una storia avvincente e non banale, dirigendo magnificamente i bambini, che in un film sono sempre un'arma a doppio taglio (ricordate i metodi Desichiani narrati in una famosa scena di C'ERAVAMO TANTO AMATI?). Riuscirà Michele, piccolo eroe che non ha paura, a salvare il suo nuovo amico, magari con l'ausilio di quelle "bestie notturne amanti del buio" invocate nelle sue litanie? Beh, per saperlo dovete andare al cinema. Mi senbra giusto, no?
La frase: "Siamo uguali!".














