Una visione Differente

La banda

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“La banda” (Israele-Francia, 2007) è il titolo di un film diretto da Eran Kolirin, presentato nella sezione”Un certain regard” del Festival di Cannes 2007. In uscita sugli schermi italiani il 21 marzo 2008, il film è interpretato da Sasson Gabai, Ronit Elkabetz, Saleh Bakri, Khalifa Natour, Imad Jabarin, Tarak Kopty, Hisham Khoury, François Khell.
Il regista, classe 1973, è al suo esordio nel lungometraggio, ed attualmente sta lavorando al secondo film “Pathways in the desert”.
Come di consueto, il potenziale spettatore è più interessato alla sinossi del film che a tanti dettagli tecnici che, di un film che non si conosce, non hanno alcun significato. Una volta che lo spettatore ha assistito alla proiezione di un film, allora sì che assume una particolare rilevanza la sottolineatura di questioni tecniche collegate alla sceneggiatura, alla regìa, al montaggio, alla fotografia, etc. Ma, al momento di lancio di un film, nei giorni precedenti la sua uscita, ritengo che i lettori siano interessati a conoscere di cosa parli il film. Ed allora, ecco la sinossi.
In un tempo non molto lontano, una piccola banda musicale della polizia egiziana arriva in Israele.
Sono venuti per suonare ad una cerimonia, ma a causa della burocrazia, della sfortuna o per qualche altra ragione, sono arrivati all’aeroporto senza trovare nessuno che li aspetti. Cercano di cavarsela da soli, finendo per ritrovarsi in una piccola cittadina israeliana desolata e dimenticata, da qualche parte nel cuore del deserto. Una banda che si perde in una città dispersa nel nulla. Un fatto legato ad un passato non lontano, eppure… poche persone se ne ricordano. In fondo, non era così importante.
Per il tramite dell’Ufficio Stampa della Mikado, che distribuisce il film in Italia, abbiamo una dichiarazione confidenziale del giovane regista: “Quando ero ragazzino, la mia famiglia ed io avevamo l’abitudine di guardare i film egiziani. Negli anni Ottanta, questa era una consuetudine tipica delle famiglie israeliane. Di venerdì, nel tardo pomeriggio, noi assistevamo con il fiato sospeso alle trame contorte, agli amori impossibili e alle terribili sofferenze di Omar Sharif, Pathen Hamama, etc., nell’unico canale televisivo della nazione. In realtà, era una cosa piuttosto strana per un Paese che aveva passato metà della sua esistenza in guerra con l’Egitto e l’altra metà in una sorta di fredda pace con i nostri vicini meridionali. I film arabi sono ormai scomparsi da molto tempo dai nostri schermi. La stazione televisiva è stata privatizzata ed è scomparsa in mezzo a centinaia di altri canali che sono arrivati. Abbiamo avuto MTV, la BBC, RTL, le canzoni pop e le pubblicità di trenta secondi. In seguito, Israele ha costruito il nuovo aeroporto, dimenticando di tradurre i segnali stradali in arabo. Tra le migliaia di negozi che sono stati costruiti lì, non si è trovato alcuno spazio per questa strana e sinuosa scrittura, che è la madrelingua di metà della nostra popolazione. E’ semplice dimenticare le cose che H&M, Pull, Bear e Levi’s, tra gli altri, ci hanno fatto dimenticare. Col tempo, abbiamo dimenticato anche noi stessi. Molti film hanno affrontato le ragioni per cui non esiste la pace nella regione, ma mi sembra che siano stati pochi quelli che si sono posti la domanda del perché abbiamo bisogno della pace. Abbiamo perso le cose più naturali, impegnati come eravamo nelle conversazioni incentrate solo sui vantaggi e gli interessi economici. Alla fine, sono sicuro che mio figlio e quello del mio vicino si incontreranno in qualche centro commerciale con le luci al neon sotto un’enorme insegna di McDonald. Forse è una consolazione, non lo so. Quello che è certo, è che abbiamo perso qualcosa in questo percorso. Abbiamo scambiato il vero amore con i rapporti fugaci di una notte, l’arte con il commercio e abbiamo dimenticato il legame tra gli esseri umani e la magia della conversazione, perché la nostra unica preoccupazione era quanto grande fosse la fetta della torta su cui potevamo mettere le mani”.
Un film surreale, poetico, che non vuole nascondere al proprio interno chissà quali messaggi, ma raccontare una storia, semplice, onirica, ma piena di umanità.

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Andrè Bazin