Una visione Differente

La dolce vita

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Dal potente e rigoroso affresco dell’Italia odierna di L’ORA DI RELIGIONE, con un volo pindarico all’indietro arriviamo all’affresco per eccellenza: quello che il sommo regista Federico Fellini dipinse – cinematograficamente parlando – con LA DOLCE VITA (1960).
E’ molto difficile parlare di questo film senza dire qualcosa che sia già stato rilevato, analizzato e raccontato in questi quarant’anni. C’è anche chi lo ritiene l’ultimo film importante di Fellini, accusando le sue opere posteriori (da OTTO E MEZZO in poi) di eccessivo soggettivismo. LA DOLCE VITA all’epoca suscitò un vespaio, come racconta Germi in una sequenza chiave di DIVORZIO ALL’ITALIANA.
Alla prima del film ci fu chi addirittura sputò in faccia a Fellini, reo di essere un <<comunista>> che raccontava un’Italia <<depravata>>. Del resto si tratta del destino degli anticipatori. Ma il film vinse la palma d’oro a Cannes e divenne presto un simbolo della società italiana di quegli anni . Il titolo, e il termine “paparazzo” (che deriva dal cognome di un personaggio) sono ancora usati nel linguaggio corrente.

La struttura narrativa del film – scritto dal regista insieme a Flaiano, Pinelli e Rondi – è quasi rivoluzionaria. Non c’è una sola vicenda che si evolve, come volevano i tre atti di derivazione teatrale, ma una serie di eventi giustapposti: al riguardo Fellini affermò che riteneva immorale raccontare una storia che avesse un inizio ed una fine. In realtà un percorso narrativo c’è: mi riferisco all’itinerario di Marcello, il giornalista mondano perfettamente calato nella café-society, venuto a Roma perché abbagliato dall’apparente splendore di ciò che accadeva a Via Veneto e nel resto della capitale. Ma passando attraverso vari incontri, con aristocratici, nuovi ricchi, borghesi, divi dello spettacolo, puttane e una inaspettata visita di suo padre, Marcello (Mastroianni) verrà contagiato dal vuoto di una società in cui il cinismo, i valori effimeri e la spietata pressione dei mass media che non arretrano neanche di fronte alla morte hanno preso il posto dei sentimenti e del senso morale. Neanche gli intellettuali si salvano dallo sfacelo, anzi uno di essi, Steiner, finirà col compiere un gesto terribile. Alla fine Marcello si ritroverà su una spiaggia, a qualche metro dalla purezza di una ragazzina che gli indirizza gesti che lui, ormai, non potrà mai più decifrare.

Il film è splendido dal punto di vista estetico, e questo è importante perché Fellini non racconta questo mondo con intenzioni moralistiche, politiche o sociologiche bensì poetiche, di una poesia che si distanzia dal neorealismo ma ne tiene a mente la lezione.
Le sequenze entrate nella storia del cinema sono tante: dalla statua del Cristo che sorvola la città nella scena iniziale a quella, ancora più famosa, di Anita Ekberg che fa il bagno nella fontana di Trevi. Ed è triste che quella scena da un po’ di tempo sia profanata ogni giorno dalla pubblicità di una nota acqua minerale!

 La Frase: "Hai ragione tu, Sylvia: stiamo sbagliando tutto!"

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin