Una visione Differente

La masseria delle allodole: una delusione

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Perché con "La masseria delle allodole" i Taviani mi hanno deluso.

L'opera, come si sa, è ispirata all'omonimo romanzo di Antonia Arslan ed affronta il tema, per troppo tempo rimosso, del genocidio degli armeni durante la prima guerra mondiale. All'inizio, l'impatto è positivo: si parte con riprese in interni, attraversati da una luce calda e soffusa. Nella prima sequenza seguiamo il piccolo Avetis: la camera si muove con scioltezza, di ambiente in ambiente, iniziando a presentarci i membri della famiglia Avakian e della loro servitù.
L'incipit, dunque, è molto cinematografico. Ed in realtà la ricerca delle immagini giuste non viene mai meno nel corso del film come testimoniano, nella seconda parte, certi campi lunghi con le deportate che marciano nel deserto, vinte dalle sofferenze.
Presto, però, sembra trionfare uno script prettamente televisivo, che è come se lavorasse a svuotare di senso le inquadrature, a vanificare la resa espressiva delle immagini.
I personaggi sono tratteggiati in modo schematico e non mancano momenti quasi imbarazzanti. Si pensi al dialogo in tenda tra Nunik, la protagonista del film, interpretata da Paz Vega e Ferzan, il soldato turco che di lei si è innamorato e che viene a conoscere la sua intenzione di fuggire e, dunque, di separarsi da lui.
Gli stati emotivi sono tagliati con l'accetta e se il dialogo, alla fine, non ci risulta ridicolo è solo perché lo associamo all'intensità espressiva dell'attrice spagnola. Ma tra le note dolenti ci sono pure quegli episodi del film cui viene assegnato un carattere emblematico: caricati di eccessive valenze, finiscono per semplificare troppo. Si pensi, ad esempio, alla chiusura, col processo per crimini contro il popolo armeno. Certo, va detto che il film non può essere esaurito in queste valutazioni negative. A fronte di una sceneggiatura che risente di un taglio televisivo, vi è un uso del commento musicale che evita le ridondanze, anche se il rapporto tra sonoro ed immagine non eguaglia la creatività raggiunta nelle grandi opere che hanno assegnato ai Taviani un posto di primo piano nel cinema europeo ("Sotto il segno dello scorpione", "San Michele aveva un gallo, Allonsanfan", "La notte di San Lorenzo").
Inoltre, qualche momento di dramma lo sentiamo, lo "viviamo" in quella seconda parte che ci mostra il cammino, nel deserto, delle donne armene private dei mariti. Nel cast internazionale che caratterizza il film, vi sono attori che spiccano: oltre alla già citata Paz Vega è il caso di segnalare il palestinese Mohammad Bahkri, nei panni del mendicante che, dopo aver tradito gli Avakian, cerca di raggiungere le donne deportate. Invero, è soprattutto la protagonista a portare su di sé i passaggi più convincenti del film. Che però non ci bastano. Anche perché vi è un ulteriore elemento a suscitare perplessità: l'inadeguata restituzione del contesto storico. Lo spettatore che non abbia conoscenze particolari, davvero non riesce a farsi un'idea di chi siano questi Giovani Turchi, che ripetono - in una riunione che rappresenta un altro dei momenti infelicemente emblematici del film - il ritornello sulla "Grande Turchia". Così come non sembra probabile l'atteggiamento tutto sommato "disteso" degli Avakian nei confronti dei turchi, atteggiamento che, salvo vaghi presentimenti, persiste sino all'assalto alla Masseria delle allodole, con il conseguente massacro dei maschi armeni. Chi si è interessato della faccenda, sa che gli armeni erano perseguitati da un ventennio e che alcuni storici sono arrivati a parlare di "lungo genocidio". E' vero, trattasi di una posizione minoritaria, perché i più distinguono nettamente le pur gravissime persecuzioni pregresse da quanto accaduto nel contesto della prima guerra mondiale, quando si perseguì il disegno di eliminare del tutto l'etnia armena. Ma da questo dibattito si può evincere facilmente come sia inverosimile che gli armeni vivessero gli accadimenti del 1915-16 come un "fulmine a ciel sereno". A me pare che l'evidente mancanza di una ricerca storica approfondita prima della realizzazione del film, rimandi ad un approccio tipico delle fiction televisive di questi ultimi anni. Su questo punto occorre chiarezza: anche non volendo dare al film una particolare connotazione didattica, alcuni elementi utili per meglio inquadrare le vicende rappresentate andavano almeno suggeriti. Con un sapiente lavoro di sceneggiatura essi potevano essere "distribuiti" nell'opera senza appesantirla, semmai alleggerendo o rendendo superflui alcuni momenti emblematici, che non funzionano perché poggiano sul vuoto. Colpisce, infine, la scrupolosa osservanza del politicamente corretto, che si attua riempiendo il film di turchi buoni o poco convinti o anche con passaggi come la riunione della Confraternita dei mendicanti, in cui si dice che il Profeta chiede riconoscenza a chi ci ha aiutato (ovvero quegli armeni ricchi che erano generosi con i poveri). Così si scagiona l'Islam dal genocidio, come è giusto che sia, dato che gli artefici di tanto orrore, i Giovani Turchi, erano portatori di un nazionalismo di derivazione europea e propugnavano un ridimensionamento del ruolo della religione nella società. Ma, risolvendo tutto con una frase isolata, l'impressione che si dà è quella di non voler irritare i musulmani, mentre la questione è un'altra: gli sterminatori del 1915-16 sono culturalmente più vicini a noi di quanto normalmente non si pensi. Per questo si può ritenere che, in fondo, il principale merito de "La masseria delle allodole" consista nei dibattiti sulla tragedia armena svoltisi – spesso a prescindere dalla visione del film – in occasione della sua uscita, nel 2007.


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Commenti (1)
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1 Lunedì 09 Gennaio 2012 09:52
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La 1a scelta che Lei deve fare è non importa se usare la medicazione di prescrizione o le erbe.
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