Una visione Differente

La sposa siriana

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“La sposa siriana” (“titolo originale: “Hacala hasurit”; titolo per il mercato internazionale: “The syrian bride”. Israele - Francia - Germania, 2004), è un film diretto da Eran Riklis ed interpretato da Hiam Abbass, Makram J. Khoury, Clara Khoury, Ashraf Barhoum, Eyad Sheety. Presentato al Festival di Locarno del 2004, dove si è aggiudicato il Premio del Pubblico, è distribuito in Italia - da venerdì 1° luglio - dalla Mikado Film.
Visionato per voi, amici del sito, nell’anteprima stampa organizzata dalla Mikado in una calda mattina romana di fine giugno, presso la sala Quattro Fontane, il film ha colpito per l’affascinante fotografia curata da Michael Wiesweg, nonché per lo script che ben tratteggia la storia di Mona, una ragazza per la quale il giorno delle nozze non solo non è il giorno più bello della vita, ma addirittura risulta essere il più triste. Andando in sposa a Tallel, presentatore televisivo siriano (il film narra, come recita il titolo, una storia siriana, pur essendo una co-produzione israelo-franco-tedesca) che lei non ha mai conosciuto prima, la ragazza sa che non vivrà una storia d’amore. Come se ciò non bastasse, Mona - attraversando il confine con la Siria - non potrà neanche più rivedere la famiglia, residente in un villaggio sulle alture del Golan, occupate da Israele sin dal 1967. Figure fondamentali per la vita della ragazza sono il padre, combattente per l’indipendenza del Golan, e la sorella, una giovane donna moderna ed emancipata culturalmente, che fatica a liberarsi delle vetuste tradizioni del suo popolo.
Il film è basato sulle esperienze raccolte in tre anni di viaggi tra le alture del Golan, trascorsi ad incontrare persone e ad ascoltare le loro storie per conoscere da vicino la situazione politica, sociale e personale dei drusi del Golan e per esplorare un po’ più a fondo una regione perseguitata da ostilità ed indifferenza: in poche parole il Medio Oriente. Per scavare un po’ più a fondo nella complessa vita delle donne divise tra famiglia, tradizione e confini, il regista ha deciso di lavorare insieme con la scrittrice israelo-palestinese Suha Arra, scelta proprio per la sua profonda conoscenza del mondo arabo e della condizione femminile locale.
I produttori europei Bettina Brokemper, Antoine de Clermont-Tonnerre e Michael Eckelt sono entrati a far parte del progetto sin dall’inizio, dando vita ad una co-produzione di alto livello, per raccontare una storia che può aiutarci a comprendere le condizioni di vita di quella regione.
Il regista, Eran Riklis, cinquantunenne formatosi negli anni Settanta presso la National Film School di Beaconsfiled (Gran Bretagna), ha rilasciato queste dichiarazioni: “Ogni regista, spera che il suo film possa contribuire a far crescere la comprensione, la compassione, la tolleranza e, soprattutto nel caso del Medio Oriente, la pazienza. Questo film è il mio tentativo personale di dare un modesto contributo attraverso un film nato dall’amore. L’amore per la libertà e per lo spirito della libertà; l’amore per i paesaggi fisici ed emotivi che circondano tutti noi. L’amore per le donne che lottano per conquistare un posto nel mondo, l’amore per le persone che nonostante tutto hanno ancora dei sogni e delle speranze, qui, al di là del confine, ovunque. (…) Tutto questo è raccontato attraverso una storia che può essere considerata al tempo stesso pessimista e ottimista, o meglio un mix tra le due cose, atteggiamento sicuramente più appropriato alla regione e all’epoca nella quale viviamo”.
Suha Arraf, trentaseienne scrittrice ed antropologa israeliana, di famiglia palestinese, all’esordio nella sceneggiatura cinematografica, ha - invece - dichiarato: “Quando Riklis mi ha contattata, ho colto immediatamente il suo desiderio di raccontare la verità; in questo caso si tratta della verità della minoranza drusa, che vive sotto l’occupazione israeliana dal 1967 e dello stato di oppressione e sottomissione nel quale vivono le donne in nome della religione e della tradizione. In poche parole, si tratta della mia storia di persona doppiamente oppressa, in primo luogo in quanto donna che vive in un mondo socialmente e politicamente opprimente, e in secondo luogo, in quanto Palestinese che vive in condizione di minoranza in Israele. (…) La cooperazione tra me e il regista è stata quindi l’incontro tra due cineasti che provengono da mondi diversi e che insieme hanno cercato di dar vita ad un tipo di cinema nuovo e diverso”.
In conclusione, “La sposa siriana” è una delle ultime occasioni per vedere un buon film in questo scorcio finale di stagione cinematografica 2004-2005. Al coraggioso e valido script ed all’intrigante fotografia, si uniscono un discreto commento musicale originale ed un accurato montaggio (pur se privo di imprevisti e di originalità; praticamente, un compito svolto con scrupolo ma senza troppa personalità), con una naturale scenografia in esterno nella quale convivono inquietudine e fascino. Valide, nel complesso, le prove degli attori, prevalentemente israeliani e palestinesi.

Concludo, così, anche per quest’anno gli appuntamenti con gli amici lettori del nostro sito. Il ringraziamento va a Gianluigi Luccarelli e ad Alberto Nuzzo, così come a coloro che anche in questa stagione hanno scritto alla casella e-mail: un contatto sempre interessante e gratificante. Auguri di buone vacanze a tutti i lettori, ai responsabili degli uffici stampa che permettono di essere presenti alle anteprime dei films, agli amici di Cineautori Indipendenti, ai carissimi Giulio ed Ilaria di DnR, all’amico storico Roberto e ad Emanuela (con gli auguri affettuosi per la nuova avventura), all’affascinante dottoressa Vittoria (della cui professionalità poco m’importa) ed a tutti gli amanti di una cinematografia delle idee che sia sempre più dis-topia, e sempre meno u-topia.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin