Vogliamo parlare di questo film, pur non avendolo ancora visto, per fare un doveroso omaggio a questo grande maestro del cinema italiano, attivissimo all'età - per nulla dimostrata - di novantuno anni. "Le rose del deserto" si avvale del seguente cast: Michele Placido (Frate Simeone), Giorgio Casotti (Ten. Marcello Salvi), Alessandro Haber (Maggiore Stefano Strucchi), Fulvio Falzarano (Sergente Barzottin), Moran Atias (Aisha). La produzione è di Luna Rossa Cinematografica s.r.l., con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, in collaborazione con Rai Cinema. Distribuzione Mikado Film.
Questa, a seguire, è la storia narrata dal film di Monicelli.
Il Terzo Reparto della Trentunesima Sezione Sanità si accampa a Sorman, sperduta oasi del deserto libico. Soldati e ufficiali sono sicuri che vi rimarranno per pochi giorni. Presto sarà conquistata Alessandria d'Egitto e, compiuta la loro missione, torneranno in patria. Il campo, però, ha ben poco di marziale e vi si respira piuttosto il clima rilassato e indolente di una breve vacanza. Il comandante Stefano Strucci ha come principale preoccupazione quella di scrivere alla moglie Lucia, giovane e amatissima; il tenente medico Marcello Salvi si diletta ad immortalare il villaggio con la sua Leica, come fosse un normale turista; mentre la truppa fantastica sulle arabe che spera di incontrare per vivere esperienze da Mille e una Notte. Sul posto vive un frate italiano, fra' Simone, che ha organizzato una piccola scuola e si prodiga nel prestare aiuto alla popolazione locale. Con i suoi modi bruschi il frate pretende l'aiuto dei medici italiani per curare uno dei suoi ragazzi. I militari si prestano, e la loro permanenza, più che un'occupazione militare, assume l'aspetto di una missione umanitaria. In segno di riconoscenza, Mohamed ben Mahmud, notabile locale, li invita a cena nella sua casa. Alla cena non partecipano le donne, tenute accuratamente nascoste agli occhi degli ospiti, eppure gli italiani non sfuggono agli sguardi furtivi delle arabe. Così, qualche giorno dopo, Marcello viene convocato per una visita medica ad Aisha, una nipote di Mohamed, che accusa imprecisati malori. Ma è solo un pretesto, architettato dalla malizia della giovane araba, per sedurre e provocare l'ufficiale italiano. La guerra sembra lontana; ne arriva solo un'eco saltuaria attraverso i bollettini, che danno un'immagine rassicurante alle notizie provenienti dai vari fronti. Tutto è approssimativo e caotico, persino le spedizioni dei pacchi-dono alla truppa, tanto che i soldati, alle prese con il caldo umido, ricevono maglioni e grappa destinati ai commilitoni impantanati nella neve del fronte greco-albanese. Ma proprio in quel periodo, le sorti della guerra si rovesciano drasticamente in Africa settentrionale: la corsa vittoriosa del generale Graziani verso il confine egiziano si trasforma improvvisamente in una fuga rovinosa sotto la pressione degli inglesi. Il campo viene invaso prima da una frotta di soldati in fuga e poi da una gran mole di feriti, che cercano scampo dagli inglesi su mezzi di fortuna. Ufficiali e soldati della sezione si trovano per la prima volta bruscamente a contatto con la realtà della guerra. Fine dell'illusione di una vittoria lampo e fine di quella che sembrava una vacanza. Nel frattempo, proprio quando le sorti dell'esercito italiano in Libia sembrano definitivamente compromesse, giunge insperato l'aiuto tedesco. La notte del 12 Febbraio 1941, nel porto di Tripoli, cominciano a sbarcare i soldati di Rommell. Al seguito dei tedeschi, i soldati della sezione si spostano verso Tobruk, tornata nelle mani dell’Asse. La piccola colonna della 31a Sezione Sanità - con loro anche il frate - riprende la marcia, ma è costretta a fermarsi di fronte ad un campo minato. Da Tobruk a Bengasi, altre difficoltà e dolori. Poco dopo, le sorti altalenanti della guerra volgono a favore degli inglesi e gli italiani sono costretti a lasciare Tobruk, per ripiegare assieme ai tedeschi. In seguito ad una rapida ritirata, il maggiore viene ucciso da un predone. La truppa improvvisa una cerimonia funebre nel deserto. Fra' Simeone fissa una croce improvvisata sulla tomba del maggiore: una misera fossa ricoperta di sabbia nel deserto sconfinato. Intorno si sono radunati i soldati e gli ufficiali della sezione. Nell'immenso deserto quella misera tomba rimane sola, con la sua croce sbilenca e con le lettere che il vento del deserto subito ricopre di sabbia.
Mario Monicelli, alla sua sessantacinquesima regia di lungometraggio per il cinema (ha una vasta carriera anche di sceneggiatore, e vanta diverse esperienze nel cortometraggio, nel documentario e nella regia teatrale), torna a temi di guerra, pur se da un'ottica decisamente diversa da "La grande guerra".
Le riprese del film si sono svolte per nove settimane in Tunisia, nel deserto vicino alla Libia.
Abbiamo detto che questa è l'occasione per fare un omaggio al regista toscano. Approfittiamo, così, per una veloce carrellata della sua straordinaria carriera.
Sotto lo pseudonimo di Michele Badiek dirige nel 1937 il suo primo lungometraggio, "Pioggia d'estate"; poi, lavorò molto come sceneggiatore. Il suo primo "lungo" firmato con il vero nome è del 1949, in coppia con Steno (Stefano Vanzina): "Al diavolo la celebrità", ed è una commedia brillante, al limite del genere comico, con Misha Auer; questa pellicola, pur non lasciando un particolare segno può essere considerata tra le opere antesignane di quella che circa un decennio dopo sarà la "commedia all'italiana". Di lì in poi, Monicelli diventa anno dopo anno sempre più popolare; lo dimostra la pur incompleta filmografia che segue: "Totò cerca casa" (1949), "Vita da cani" (1950), "Guardie e ladri" (1951 - con la grande accoppiata Totò-Aldo Fabrizi), "Un eroe dei nostri tempi" (1955 - con Alberto Sordi e Franca Valeri), "Donatella" (1956 - con Gabriele Ferzetti ed Elsa Martinelli che per questo film si aggiudica l'Orso d'Oro come miglior attrice protagonista al Festival di Berlino), "I soliti ignoti" (1958 - uno dei grandi capolavori della miglior "commedia all'italiana", Nastro d'Argento quale miglior film dell'anno), "La grande guerra" (1959 - straordinaria pellicola con Alberto Sordi e Vittorio Gassman; si aggiudica con ampio merito il Leone d'Oro al Festival di Venezia e conquista una nomination all'Oscar), "I compagni" (1963 - con Marcello Mastroianni, nomination all'Oscar), "L'armata Brancaleone" (1966 - con Vittorio Gassman), "La ragazza con la pistola" (1968 - con Monica Vitti, terza nomination all'Oscar), "Brancaleone alle crociate" (1969), "Romanzo popolare" (1974 con Ugo Tognazzi), "Amici miei" (1975), "Un borghese piccolo piccolo" (1977 - con Alberto Sordi), "Il marchese del Grillo" (1981 - ancora una prova brillante di Alberto Sordi), "Amici miei - Atto II" (1982), "Speriamo che sia femmina" (1986), "Parenti serpenti" (1991, anno in cui Monicelli ha ricevuto il Leone d'Oro alla carriera).
Nel 1999 avevo dedicato un articolo al grande maestro, "Mario Monicelli: quelle risate di amara ironia", sul prestigioso trimestrale fiorentino "Erba d'Arno" (n. 75/1999). In quell'occasione dicevo che "Il principale merito di Mario Monicelli è quello di aver dato vita, da ben mezzo secolo a questa parte, a commedie con stile, compattezza (almeno, quasi sempre), originalità, valido e curato script, profondità d'analisi della quotidianità dell'uomo medio; e, soprattutto, l'aver saputo trasporre sul grande schermo quell'amara ironia che è il filo rosso che attraversa ed unisce tutta la sua opera. Da considerare anche la bravura nello scoprire nuovi interpreti e nel ben amalgamare i suoi cast". Ricordavo anche alcuni episodi curiosi, come la scoperta di quello che sarebbe diventato uno dei più straordinari caratteristi del cinema italiano, Tiberio Murgia (il "Ferribotte" de "I soliti ignoti"). Raccontavo come Monicelli stesse cercando l'archetipo del classico siculo. A Roma, nei pressi di Piazzale Clodio, Monicelli al volante della propria auto vide Murgia, che era di ritorno dal lavoro. Era proprio il volto che stava cercando. Unico problema: il suo siciliano-tipo era sardo, ed i dialoghi nel film con Claudia Cardinale (Murgia parla in sardo, lei risponde in francese) vennero posteriormente doppiati in italiano! Ancora oggi Murgia ricorda come Monicelli lo stuzzicasse, al fine di ottenerne l'espressione adatta al personaggio, con il diktat "Altero, Murgia, altero!". Tra le altre esperienze di Mario Monicelli, come prima accennato, spiccano alcune regie teatrali e di opere liriche. Ricordiamo: "Rosa", due atti di Andrew Davies (1981); "Gianni Schicchi", commedia lirica in un atto di Giacomo Puccini (1983 - in occasione del "Maggio Musicale Fiorentino"); "Cavalleria Rusticana", commedia lirica in un atto di Pietro Mascagni (1990 - per l'Accademia Chigiana di Siena).














