Una visione Differente

L'ora di religione

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Mentre è in questi giorni sugli schermi il suo ultimo film BUONGIORNO, NOTTE che purtroppo non ha vinto il Leone d’oro a Venezia, la nostra GIOSTRA ITALIANA, nel suo piccolo, vuole rendere omaggio al grande Marco Bellocchio parlando del suo penultimo film: L’ORA DI RELIGIONE (IL SORRISO DI MIA MADRE) che nella scorsa stagione ha riscosso numerosi premi e meritati consensi.
A quasi quarant’anni di distanza dal suo esordio ribelle, I PUGNI IN TASCA, Bellocchio tenta di nuovo di descrivere il paese in cui vive con un film in armonioso bilico fra drammatico, grottesco ed onirico. Un film laico che, paradossalmente, parla di fede, della fede nella Bellezza, nel rifiuto della società omologante in cui anche la religione si sottomette alle regole del mercato e del profitto. L’ORA DI RELIGIONE è un film ateo che può guardare anche una persona credente, perché fa riflettere sulla concezione utilitaristica e bigotta che molti hanno della fede, una concezione che dovrebbe far inorridire anche e soprattutto chi crede veramente in un dio, qualunque esso sia. In questo modo il film di Bellocchio diventa anche una parabola sulla recrudescenza del conformismo che vuole annullare il pensiero personale per trasformare ogni individuo in ciò che gli altri vogliono che sia, privandolo probabilmente non solo della sua coerenza ma anche della propria autostima.

Ernesto Picciafuoco (un eccellente Sergio Castellitto) è un pittore convintamente ateo che viene a sapere che la sua famiglia ha cominciato ormai da tre anni un processo di beatificazione di sua madre, uccisa da un figlio malato di mente, Egidio, uno dei fratelli di Ernesto. Gli altri fratelli Erminio ed Ettore – quest’ultimo si definisce un <<ribelle fallito>> - sono decisi a fare tutto quanto è in loro potere perché la madre assassinata venga fatta santa. Essi pensano soprattutto ai benefici materiali che questa beatificazione potrebbe procurare loro. Ernesto la pensa diversamente, ma tutti intorno a lui, compresa la moglie dalla quale si sta separando lo spingono a cambiare idea, magari per assicurare un avvenire migliore a Leonardo, suo figlio, oppure perché, come dice sua zia (un cammeo di Piera Degli Espositi) <<una famiglia che non ha un padre, un padrino, un patrono rischia l’anonimato…>>. Ernesto viene a sapere proprio da questa zia che i suoi familiari vogliono che lui si converta e che la mattina successiva si presenti in abito scuro e cravatta all’udienza concessa dal Papa. Essi inoltre vogliono che sia proprio Ernesto a convincere Egidio, il fratello matricida, a mentire, sostenendo di aver ucciso sua madre mentre lei lo scongiurava piangendo di non bestemmiare (in realtà egli l’ha uccisa nel sonno). Nel frattempo Ernesto conosce una bellissima giovane donna, sua ammiratrice, che si spaccia per l’insegnante di religione di suo figlio…

Bellocchio, che come spesso accade è anche l’unico autore della sceneggiatura, dirige il film seguendo un registro che sfocia spesso nell’onirico, ed ha l’abilità di fare in modo che i momenti grotteschi (vedi il duello con il conte) non ledano alla componente drammatica della sua opera. I numerosi ralenti, le musiche, i quadri e le immagini dell’Altare della Patria che viene abbattuto per coronare l’odio che un architetto pazzo ha per il brutto concorrono a rendere il film un raro esempio di come la bellezza formale e la ricchezza del contenuto possano convivere felicemente. Questo è il vero cinema italiano, e i vari Muccino, pur essendo bravi, devono fare ancora molta strada per raggiungere i loro maestri!
Un’ultima annotazione. Il momento più commovente nel film è una bestemmia, ma non la inserisco nello spazio dedicato alla frase poiché, estrapolata dal contesto, perderebbe il suo significato e risulterebbe esclusivamente una volgare imprecazione.

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Andrè Bazin