Ma alla fine vince Tintoretto

Domenica 11 Dicembre 2011 14:50 Stefano Macera
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Tintoretto e il secolo d'oro di Venezia, 1998, regia di Renato Mazzoli, durata 32 minuti...Una volta letti i dati riportati dalla custodia del Dvd, viene da chiedersi se una mezz'ora sia sufficiente a restituire il profilo di quello che non è stato solo un protagonista dell'arte del '500, ma anche uno dei pittori più discussi di sempre.
Il grande manierista, infatti, piacque poco a Roberto Longhi, il più influente critico d'arte italiano del XX secolo, che gli preferiva quei "pittori della realtà" lombardi che prepararono la strada al Caravaggio. Ma un filosofo della levatura di Jean Paul Sartre gli dedicò un libro (Tintoretto o il sequestrato di Venezia) dove emergono con nitidezza i legami fra la sua arte e la realtà sociale e spirituale della Venezia del "secolo d'oro".

Certo, la mezz'ora, nei documentari sull'arte a finalità didattica, è una durata standard: lo prova la Breve antologia dell'Arte italiana realizzata, negli anni '90, dall'Istituto Luce. Però, nel caso in questione, il testo elaborato da Pierluciano Guardigli viene recitato praticamente senza pause e - in certi momenti - si fatica a stargli dietro. Ma forse al documentario nuoce di più il commento musicale, firmato Flipper Music, anch'esso senza interruzioni. Un vero e proprio tripudio di suoni sintetici che, se a volte danno nel trionfale, in altri casi - per esempio, quando scorrono le immagini cupe e impressionanti della Crocifissione nella scuola di San Rocco - anelano ad una raccolta drammaticità. Invero, si rielaborano in parte motivi già noti, cercando, non sempre con esiti felici, di rievocare sonorità d'epoca o comunque percepibili come legate alla tradizione musicale veneziana.

Ciò che colpisce di più è il rilievo acustico di questi brani, laddove nei citati documentari dell'Istituto Luce (in particolare, in quelli realizzati da Luca Verdone, fratello di Carlo) la musica è spesso puro sottofondo,  e talvolta si fa anche da parte.

Ad ogni modo, in questo documentario il sonoro non produce sempre effetti negativi. Se il parlato è troppo cospicuo, rispetto alla durata del video, va detto che il rapporto che instaura con le immagini è a tratti interessante. Ad esempio, quando si ripercorre la vicenda biografica del pittore, ponendola in relazione col quadro storico, le parole non hanno rapporti diretti con ciò che si vede. Ciò è evidente sin dall'inizio, nella breve introduzione che delinea il contesto - tra apogeo e decadenza della potenza veneziana - in cui si svolge la straordinaria carriera artistica di Iacopo Robusti, detto il Tintoretto. Davanti a noi scorrono immagini di canali, ponti, palazzi che si specchiano nell'acqua: è la Venezia odierna, ripresa nei momenti in cui risulta deserta e ovviamente ancora segnata dal passato, dalle vestigia del suo periodo "aureo".

La descrizione dei dipinti, invece, segue diverse modalità. Una vede il testo aderire completamente alle opere, delineandone con perizia gli aspetti formali e compositivi: è esemplare, in questo senso, la spiegazione della Presentazione di Maria al tempio. Va detto che tale modalità in genere non infastidisce nei documentari sull'arte, laddove puo risultare odiosa in quelli sulla natura o in cui vengono mostrate realtà umane e sociali. Il punto è che le immagini di contadini che mietono il grano o di una leonessa ferita le sentiamo come "catturate" dalla realtà e dunque di un'evidenza tale da non abbisognare di sottolineature. Mentre un dipinto appartiene al mondo delle rappresentazioni e la sua descrizione puntuale, quando lo vediamo, non necessariamente suscita irritazione. Soprattutto, come vedremo, se abbiamo a che fare con il Tintoretto.

Ma non mancano le opere per cui si adotta un registro diverso, sostituendo la spiegazione puntigliosa con un testo evocativo. E' il caso di Santa Maria Egiziaca ("la notte, che vediamo con i suoi occhi, è un miracolo sospeso di luminosità").

Un'intuizione interessante è quella rappresentata dalla rapida sfilata dei ritratti realizzati dall'artista: senza soffermarsi su nessuno di essi, il testo ne suggerisce i significati a un tempo umani - legate alla riflessione sulla vecchiaia - e sociologici, concernenti lo status degli uomini raffigurati, tutte figure di rilievo e di potere nella Venezia dell'epoca.

Va poi sottolineato che i dipinti sono quasi sempre "decontestualizzati", cioè ripresi senza che emerga l'ambiente in cui sono collocati. Questa scelta, cui fanno eccezione alcuni teleri che si trovano in grandi sale (come quelle della Scuola di San Rocco), si rivela perlopiù felice. Si pensi al primo Cenacolo  realizzato dall'artista (datato 1547) che è già di per sé connotato da uno sfondo scuro. I valori luministici e plastici di questa opera risaltano con un vigore sorprendente.

Dunque, la varietà delle soluzioni adottate nel presentare i dipinti ci fa spesso dimenticare i difetti prima accennati. Rimane, però, la sensazione che il documentario poteva giungere a ben altri esiti riducendo le opere descritte e le nozioni fornite, così da evidenziare meglio le implicazioni di ognuna di esse. Ad esempio, sacrificando qualche divagazione, un argomento cruciale come il principio di decadenza che si registra nella Venezia degli anni d'oro poteva essere svolto in modo compiuto.

In compenso è suggerito con intelligenza il significato artistico delle numerose variazioni sul motivo del Cenacolo, privilegiato dal pittore perché tale da offrire "opportunità d'ambientazione popolare", consentendogli di riempire le composizioni di  personaggi della realtà (nelle figure di contorno, come i mendicanti) e di avvicinarsi ai modelli iconografici forniti dalle Sacre Rappresentazioni. Questo è un nodo importante, che rimanda sia ai motivi per cui il pittore affascinò tanto Sartre, sia alla distanza che avvertiamo rispetto a certe sue opere.

I "pittori della realtà" amati dal Longhi (Savoldo, Moretto, Romanino, Moroni) erano parte di un mondo e di una cultura, ma sapevano rappresentarli con un certo distacco, cioè in termini più "analitici" rispetto all'artista veneto. Perciò i loro dipinti a tema religioso sono spesso segnati dall'affiorare di brani di realtà fenomenica, di dettagli della vita quotidiana restituiti con grande acutezza naturalistica. Tintoretto è invece totalmente assorbito dal contesto in cui è inserito, dunque profondamente coinvolto da quella religiosità del "popolo minuto" che dominava anche nella "laica" Venezia e che seppe appropriarsi di alcuni fermenti della Controriforma cattolica, legati da un lato al pressante richiamo alle opere di bene, dall'altro ad un forte misticismo.

Perciò, nelle sue affollate, dinamiche composizioni vi sono, talora, i volti del popolo, ma predominano le accensioni visionarie, gli atteggiamenti tumultuosi di cortei di figure oblunghe, nonché una drammaticità molto insistita, teatralizzata, ma non per questo esteriore, perchè anzi intimamente sentita dall'artista.

D'altro canto, in questi tratti della sua arte vi è un'ambivalenza. La lontananza relativa del mondo spirituale di Tintoretto dal nostro non impedisce alla sua arte di imporsi, anche nel documentario che stiamo analizzando. Quando la videocamera scorre sui suoi dipinti, quando di essi vengono isolati, in un montaggio serrato, alcuni particolari (perchè la sua pittura, come correttamente rileva il testo, "non si dà mai a vedere per intero e in una sola volta"), il regista Mazzoli dimostra una certa sensibilità e la volontà di aderire ai modi dell'artista. Ma conferma anche una cosa: la pittura di Iacopo Robusti eccede qualsiasi descrizione, anche la più accurata. E' come se l'andamento saettante delle sue composizioni, ormai fuori dalle certezze prospettiche rinascimentali, le rendesse irriducibili all'equivalente verbale, travolgendo qualsiasi velleità didattica.

Stefano Macera

 

 


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