Non so se vi siete mai trovati a scrivere un articolo su Michael Jackson...vi posso assicurare che non è per niente facile. Quando bisogna riuscire a parlare di un personaggio così discusso, controverso e artisticamente molto longevo le cose sono molto più difficili di quanto sembri. Puoi metterti con carta e penna pronto a scrivere paroloni e concetti moralmente molto convincenti ma dopo un paio di tentativi la vena polemica và pian piano scemando. Puoi dire che è "una stella in declino", "un uomo vittima del suo successo", che "dorme in una camera iperbarica", che "si è calato nella candeggina".
Ma alla fine una sorta di amaro rimane in bocca come per dire: tutto questo cosa caspita conta? E mi viene in mente proprio " Leave me Alone", in cui Michael elencando i titoloni a lui dedicati si lascia andare ad un energico invito a farci gli affaracci nostri, ascoltare le sue canzoni e farci un giudizio solo su quelle. E allora ieri sera, preso da un' incredibile malinconia post anni 80 ho messo THRILLER, l'album del 1983 che con le sue 48 milioni di copie distribuite diventa l'album più venduto della storia, e rimango seduto sul mio divanetto da soggiorno, già troppo comodo per godere della bellezza r'n'b dell'album.
Il disco scorre piacevolmente, il piede porta il ritmo, la sigaretta si lascia fumare con gusto e l'ambiente avvolto in questa leggera nebbia sembra somigliare ad un club notturno la cui solitudine è quella che probabilmente ha attanagliato sin da piccolo quel divo chiamato Michael Jackson. A sei anni già su un palco con il gruppo di famiglia (i Jackson 5) e pochi anni dopo solista di successo sotto la supervisione di Quincy Jones. Spento lo stereo e accesa la tv, riguardo clip su clip la storia della pop star. Ripiombo nel mio divanetto per curarmi della visione mentre fuori inizia un lento piovigginare. Ho messo da parte carta e penna e nel rumore delle gocce osservo il televisore che rimanda immagini eleganti e curatissime, emaciate nel colore da un invecchiato bianco e nero frutto della polvere che quell'immagine ha acquisito nel tempo. Sono vecchi giochi da portare in soffitta, con il microfono finto e la sveglia per la scuola. Sono sguaiate istantanee di un uomo che non è più, del mito in una scatola in cantina confuso con settimanali scandalistici, di stelle visibili solo al mattino, prima che il sole le porti via. Sono passati anni. Il video invecchia, lascia che il tempo lo porti con se, con il divanetto, la sigaretta, la pioggia e l’immagine di un mito forse caduto troppo presto. E solo l’altro ieri al juke-box si faceva a gara per imitare il moonwalking, gli urlettini, i mille passi magici di un Peter Pan ingabbiato da se stesso.
THRILLER
Regia di John Landis. Da “Thriller” - 1982
È l’album pop in assoluto. E’ il capolavoro R’n’B per eccellenza. Michael si muove elegante tra ballate storiche ( Billie Jean) ed inconfonbili e trascinanti pezzi di finissima dance anni 70 (Do You Wanna Startin’ Somenthin’) mentre sicuro affila singoli di un certo appiglio rock ( Beat It). È l’album best- seller, con quasi 50 milioni di copie distribuite, gli 8 grammy awards vinti, i riconoscimenti in tutti i paesi del mondo. Non c’è spazio per nessun altro. Domina il mercato americano, quello europeo con una tale facilità da lasciare qualcuno addirittura perplesso. E il colpo di grazia giunge all’ uscita, nel dicembre del 1983, del clip dello stesso “Thriller”. Più che di un clip, si tratta di un vero cortometraggio, con tanto di sceneggiatura, dialoghi originali e cast. Per l’allora pazzesca cifra di 100 mila dollari Michael si affida alle esperti mani di John Landis, gia autore di “Un lupo mannaro a New York”, per la realizzazione di un’opera che ancora oggi fa parte della storia della musica e del cinema mondiale. Al trascinante pezzo viene affiancata una visionaria rivisitazione di classici Horror ( in particolare “L’alba dei morti viventi”) in cui un giovanissimo Michael Jackson la fa da padrone, con coreografie perfezionistiche e spettacolari, movimenti di macchina avvolgenti ed un make up, costato quasi quanto le successive plastiche, in grado di spaventare anche i più temerari del genere “paura”. Il risultato è grandioso. Michael lupo mannaro, Michael umano, Michael superstar. Ruoli che si fondono e confondono, attore prima, serio e preoccupante mostro irsuto pochi minuti dopo, sconosciuto pop singer prima ed ora fenomeno in grado di meritare il passaggio su Mtv come primo artista di colore della rete televisiva americana. Recita, canta e danza in quei 15 minuti di pura estasi consumistica , e tipicamente pop, in cui l’immagine e le immagini superano qualunque altro concetto. Cura maniacale, ore di riprese, giornate in sala prove. È lui che cura tutti i balletti; un’idea, la prova, la registrazione. Il tutto condito da un magnetismo che avrebbe reso il cantante dell’Indiana una icona per generazioni e generazioni senza mai perdere colpi.
BLACK OR WHITE
Regia di: John Landis. Dall’album: “Dangerous”-1991
Dopo il successo e le 22 milioni di copie vendute con il secondo album “Bad”, nel 1991 è il momento di tornare e le collaborazioni importanti e famose prendono un peso sempre maggiore. Se dal punto di vista della composizione a Michael si affiancano nomi come Jimmy Jam, Patrick Leonard, Slash e Glen Ballard, che garantiscono un prodotto fresco ed innovativo, sul versante dell’immagine, nello squadrone entrano nomi del calibro di David Lynch (dirige lo spot dell’album) e David Fincher (per il clip di “Who Is It”), mentre come guest-stars compaiono addirittura Michael Jordan e Eddie Murphy. Insomma una super produzione che garantisce a Michael una visibilità tale da firmare anche la colonna sonora del film “Free Willy” con il brano “Will You Be There”, successiva pietra dello scandalo-plagio Jackson-Carrisi ( il nostro Albano nazionale). Insomma, la carriera sembra essere una risorsa infinita di successi e la copertina fantasmagorica del disco sembra essere perfetta rappresentazione della ricchezza di questo personaggio. Come era successo per Thriller, il clip di “Black Or White”, viene diretto da John Landis ed è anch’esso un piccolo cortometraggio di 15 minuti. Il messaggio del video è solo uno : PREJUDICE IS IGNORANCE, che compare a caratteri cubitali al termine del clip. Come guest star del clip troviamo Macaulay Culkin , il bambino protagonista di “Mamma, ho perso l’aereo” che compare all’inizio lasciando poi la scena all’eroe pop che attraversa il mondo, dall’Africa alla Russia, da New York fino a Roma, dalla statua della libertà alla celebre Piazza Rossa, trovando sul suo cammino immaginario intorno al mondo personaggi tipici e non, mescolando colori, pelli e danze in una sorta di gigantesco melting pot, in grado di riunire sotto lo stesso ritmo popolazioni, dialetti e costumi. La tecnica innovativa è quella del morphing che, anche in questo caso, trasforma, ritocca e mitizza per sempre volti, espressioni e sorrisi di un mondo non ancora così fiabesco e pacifista, ma sempre più distante e distinto in mille piccole identità.
THEY DON’T CARE ABOUT US
Regia di: Spike Lee. Dall’album “HIStory”-1995
Giugno 1995. Una navicella vaga per lo spazio in uno strano bianco e nero. Michael e Janet Jackson riposano di strane capsule di vetro (vedi Alien). Le cuffie rimandano rumori elettronici e la base esplode fragorosa. È Scream, il primo estratto dal nuovo album. Con il buon gusto che da un po’ di tempo gli manca, Michael Jackson torna cosi sulle scene dopo 4 anni di silenzio e le molteplici accuse di molestie sessuali. Il disco contiene 15 vecchi pezzi e 15 nuove canzoni. Sotto la sua stessa super-ultra-mega-milionaria produzione, il cantante decide di lanciare il lavoro con degli spot (teasers) in cui si preannuncia la costruzione di una statua in suo onore: musica in pompa magna ( la colonna sonora di “Caccia ad ottobre rosso” ), migliaia di comparse che urlano il suo nome, 6 elicotteri, un esercito di mille soldati solo per lui. Mtv rimanda i trenta secondi di immagini ogni mezz’ora. I giornali iniziano a parlarne, le emittenti tv trasmettono speciali ed interviste. Il mondo che il giorno prima gli ha gridato “pedofilo!” è avvolto nell’oppiacea opera propagandistica di un mito troppo ancora in dubbio. Quello che per noi è solo fantasia, per lui è totalmente fattibile. Solo dopo alcuni giorni in tutte le capitali europee spuntano come funghi statue reali, alte quasi 15 metri, rappresentanti l’eroe pop. All’uscita del lavoro i megastore di mezza Europa, lanciano il disco con proiezioni pubblicitarie nelle strade, nelle piazze, con cartelloni rappresentanti la copertina del disco, aperture straordinarie alle 2 della notte. L’album sembra essere davvero un evento. Sembra. Il disco entra direttamente al numero uno in America, Inghilterra, Francia, Germania, tutto l’Est Europeo, e naturalmente in Italia. Il successo immediato sembra aver fatto dimenticare a Michael tutte le sue disavventure e per un paio di mesi sembra andare davvero così. Successivamente l’album scivola inesorabilmente fuori da ogni chart. Michael chiama , allora, in soccorso Spike Lee e collabora con lui alla realizzazione del clip di “They Don’t Care About Us”, che esce in due versioni distinte.
Questa prima (la seconda girata nelle favelas brasiliane), censurata da molte televisioni, è la più seria e drammatica. Michael, chiuso in carcere, sotto gli sguardi pericolosi degli altri detenuti, soffre di immagini che si alternano in un montaggio curatissimo che avvicina la star al mondo reale, quello in cui Peter Pan è solo un cartone dalla vita breve. Bambini, donne e uomini vittime di violenze, di paure atomiche e un pianeta colmo di sofferenza che si alternano ad una regia serratissima ,fredda e gelida che accoglie, come su una barella metallica, lucida e liscia, corpi e parole. E il pop singer, chiuso in gabbia, si agita, sbatte ed urla la sua disperazione con una rabbia che in pochi altri suoi pezzi è rintracciabile. Il video, veramente curatissimo, rappresenta certamente un pezzo trascurato della carriera, ma dal potere realistico fortemente sconvolgente. Da trovare e vedere














