Una visione Differente

Muse: la libera caduta che squassa

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Al loro debutto con "Showbiz", vengono confusi, a volte volontariamente, con i connazionali Radiohead. Con il successivo "Origin Of Simmetry" prendono definitivamente le distanze ed oggi con Absolution si impongono nelle classifiche di tutto il mondo con un sound a metà strada tra rock e pop dalle rifiniture elegantemente barocche. La caratteristica che in tutto torna è un riferimento al rock viscerale, che trova come prima fonte il grunge dei Nirvana ma anche il bel canto nostalgico e solitario di Jeff Buckley. Ansie ed incubi si attorcigliano nella mente del frontman Matthew Bellamy, figura dimessa e volto pulito per un genere, il rock, che nel tempo si è evoluto fino a toccare incroci sempre meno probabili, di cui i Linkin’ Park sono “valorosi†portavoce. Pochi passi e ben fatti, insomma, sembra essere la regola per prodotti assai gradevoli, in grado di coinvolgere movimenti e pensieri, a tratti nostalgici, in vorticosi sleghi tastieristici dal grande fascino e immediatezza. Anche nelle immagini si ripete questo schema di continua alternanza di attimi di incandescente rabbia e lunghi momenti di angosciosa incertezza, vero tema conduttore dell’intera opera del gruppo inglese.


MUSCLE MUSEUM
Dall’album “Showbiz†-1999
Regia di:Joseph Kahn


I tempi sono ancora acerbi, il primo disco dei Muse sembra non avere ancora le idee chiare, sviscerando momenti convincenti ad altri meno. I singoli buoni, quelli per renderli famosi, ci sono, a partire dal bellissimo "Plug in Baby", ma quello che manca è uno spirito che tenga unito il tutto, che lo renda omogeneo nell’ascolto come nel concetto generale. Con Muscle Museum il gruppo viene scagliato dai piccoli club londinesi fino alle chart di Mtv, con il risultato che la critica, europea soprattutto, inizi ad interessarsi di loro, scrivendo fiumi e fiumi di parole sulla loro evidente e ben sfruttata somiglianza, in realtà solo apparente, con i ben più acclamati Radiohead di Tom Yorke. Il video in questione riassume bene l’idea predominante dell’album. Una valanga di personaggi si affacciano sullo schermo mentre il gruppo è preso nelle prove per una festa scolastica. Tutto è avvolto in un’apparente tranquillità, tutti sono presi dalla loro vita quotidiana, tutto scorre inesorabile verso la normalità e l’anonimato. Cura per il corpo, deliziosi pranzetti e giornate di sole splendente. Ma forse non basta. La gente corre, presa dalla disperazione assordata dalla quotidiana occupazione e non sente il pianto che, invece, scoppia sui volti di questi personaggi. E su tutto l’immagine di una vita che, nonostante la tragedia, continua se stessa, indelebilmente vicina alle sue regole, e i suoi ritmi, come se nulla fosse. È un video bellissimo, emozionante, se non commovente, nelle sue tinte drammatiche, ricamate da colori accesi, in contrasto con l’oscuro volto di Matthew Bellamy e soci.


BLISS
Dall’album “Origin of Simmetryâ€-2001
Regia di:David Slade


Con questo "Origin of Simmetry", il gruppo tocca la perfezione. Si tratta di un lavoro difficile, nettamente separato in due parti: vibrante ed infuocata la prima, riflessiva e docilmente dimessa la seconda. Su tutto trionfa ancora un gusto barocco che lega e slega i brani tra loro dando l’idea di un lavoro comunque compatto, deciso, chiaro, volto ad una miscela assai convincente. Se già prima l’immagine era evidentemente abbagliata da un diffuso pessimismo di fondo, con il singolo "Bliss" si tocca il fondo. Anzi: non vi è certezza neanche di quello. Nel silenzio dei primi istanti il cantante si guarda pensieroso sull’orlo di un’enorme voragine in cui, con l’inizio della musica, ci si getta senza speranza. Inizia un viaggio senza termine, è una caduta che sposta, squassa e sconvolge il corpo come timori e sicurezze. Tutto trema al potere della gravità, in un tormentato momento liberatorio, che in realtà non porta niente di buono in sé. Tutto intorno grandi monumenti metallici accolgono in cerchio la caduta, in un grigio scuro che contrasta fortemente con il rosso che tanto falsamente ricopre i capelli del cantante. Dall’esterno si osserva la veloce perdita di altezza e si assiste in silenzio, senza emettere suono o movimento, come impauriti di sconvolgere la concentrazione della purificante discesa. Evidente metafora, o meno, della vita rimane comunque un momento molto affascinante sia musicalmente che iconicamente. La macchina da presa scruta e coinvolge ritmo e malinconie e lascia lo spettatore attonito, schiacciato alla poltrona, accattivato da tanta arguzia celebrale.

TIME IS RUNNING OUT

Dall’album “Absolutionâ€- 2003
Regia di:John Hillcoat.

Se il mondo è preso da angoscia i Muse pretendono di metterlo bene in chiaro. E lanciano questo lavoro, certamnte più immediato dei precedenti, che è una sorta di concept sulla dissoluzione, sulla scomparsa fisica e mentale, sulla paura di un fututo che non si accenda e che , anzi, vada perdendo importanza e luce, affievolendosi in continua lotta con se stesso. È un lavoro avvilito da stupende ballate e riacceso da ritmati colpi di scena in cui la chiave, non più cosi presente come prima, è ancora un barlume barocco, in questo caso vicino ad una svolta pseudo-elettronica. Anche i singoli estratti dal cd, ovviamente, non si distolgono dal clima di incertezza che coinvolge i muse, e non solo.Il mondo dei potenti è attorno al tavolo delle decisioni, avvolto nel buio rotto solo dal pallore di un neon che sovrasta l’enorme tavola rotonda. I muse cantano allucinati al centro di tutto. Di tutto prima che le oscure figure diventino esperti danzatori capaci di intonare balletti ricchi di spasmi e ritmi ossessionanti. Mentre cadono uccisi dalla chitarra di Matthew Bellamy, o rispondono frenetici al telefono o, ancora, danno cenni con il capo, tutto resta avvolto da un inquietante clima di fine del mondo, di inutile corsa contro il tempo, di caduta di svalutato potere dell’uomo. Su tutto una fotografia che assolve nel buio e colpisce rapido con fiotti di luce. Un montaggio rapido e veloce anche qui, che lascia poco spazio alle immagini e che rende tutto il senso di un mondo precario e forse terminale.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
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Andrè Bazin