Ormai in tutto il mondo occidentale si fanno ipotesi e congetture sugli abbinamenti di questa rubrica. Sembra che sia sorto anche un giro di scommesse clandestine; anzi, io stesso ho ricevuto la telefonata di un notabile (del quale taccio il nome per ovvi motivi) che, avendo puntato una grossa somma sul film sbagliato, ha tentato di corrompermi in cambio di una fiammante Fiat Barchetta e di un posto come critico cinematografico al TG1, dove sembra che si siano stancati (ed era ora) di Vincenzo Mollica.
Ovviamente ho rifiutato, non solo per una questione di integrità, ma anche perché la Barchetta ha solo due posti e la mia ragazza, da sola, ne occupa molti di più. E poi mi dispiaceva scalzare Mollica, che è un pezzo di pane.
Il film italiano del passato abbinato ad INCANTESIMO NAPOLETANO è, appunto, NAPOLETANI A MILANO, film di Eduardo De Filippo del 1953. E non poteva essere altrimenti! Se INCANTESIMO NAPOLETANO sbeffeggia l'integralismo partenopeo, NAPOLETANI A MILANO ha fatto di meglio, e lo ha fatto cinquant'anni prima. Questo film, che è secondo me il migliore del grande Eduardo - il quale, com'è noto, ha dato il meglio di sé nel teatro e non nel cinema - racconta senza nessuna parzialità due realtà sociali speculari, quella napoletana e quella milanese, suggerendo come esse possano convivere. Perché ciò avvenga, ovviamente, è necessario uno sforzo da entrambe le parti, che faccia superare i rispettivi integralismi e pregiudizi.
La trama. Siamo a Napoli nei primi anni cinquanta. Un'acciaieria milanese ha ottenuto il permesso di sfrattare gli abitanti di una baraccopoli napoletana, per poi edificare delle fabbriche. Ma i napoletani, capeggiati dal "sindaco" Don Salvatore (Eduardo), che non sa scrivere ma conosce il codice a memoria, non ci stanno. In un primo momento tentano di decretare monumento nazionale una delle abitazioni, sostenendo che Garibaldi vi ha alloggiato molti anni prima. Poi sequestrano l'ingengere dell'acciaieria. Infine devono arrendersi. Ma un crollo in cui muoiono cinque persone complica le cose. Gli abitanti della baraccopoli napoletana vanno a Milano spacciandosi per i parenti delle vittime, e Don Salvatore, che cura i loro interessi, chiede un risarcimento. Ma il legale dell'acciaieria, anch'egli napoletano, gioca un tiro mancino ai suoi concittadini, facendo in modo che non venga offerto loro del denaro bensì lavoro. Don Salvatore, punto nell'orgoglio, decide di accettare...
Seguono altri accadimenti. La trama di questo film è talmente ricca che vi trova spazio anche una storia d'amore fra l'ingegnere milanese e una giovane napoletana molto in gamba: Nannina, la bellissima Anna Maria Ferrero. A differenza di altri lavori di Eduardo, qui non si tratta di "teatro filmato", ma di un'idea nata per il cinema e sviluppata seguendo tempi e logiche squisitamente cinematografiche. Il regista osa stilisticamente, al punto di arrivare ad un'inquadratura del pianeta Terra (ovviamente si tratta di un effetto speciale!). Parlo della scena in cui i napoletani scrivono ai loro parenti sparsi per il mondo chiedendo un aiuto economico. Insomma, l'unità di luogo teatrale è stata a dir poco superata!
Ma il valore del film sta soprattutto nel suo contenuto: nelle riflessioni sociologiche che vengono proposte da Eduardo, e nell'idea, surreale ma significativa, di andare in tram da Posillipo a Piazza del Duomo! Un film da riscoprire.
La Frase: "Siamo così vicini...Un palmo dal naso!"














