“Sette anime” (Seven Pounds - USA, 2008), è la seconda esperienza hollywoodiana del regista romano Gabriele Muccino, sempre in coppia con Will Smith, dopo la fortunata esperienza de “La ricerca della felicità” (The Pursuit of Happyness - USA, 2006). Uscito in anteprima mondiale negli States il 19 dicembre 2008, e - subito dopo - il 9 gennaio 2009 in Italia, vede protagonista Will Smith, nei panni di Ben Thomas; il cast comprende anche Rosario Dawson, Woody Harrelson, Michael Ealy, Barry Pepper, Sarah Jane Morris, Elpidia Carrillo. Film di soggetto originale di Grant Nieporte, è stato sceneggiato dallo stesso Nieporte.
Già il film precedente di Gabriele Muccino, “La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness)”, che aveva segnato l’esordio hollywoodiano del regista romano, aveva segnato la possibilità di riflessioni bioetiche (oltre che prettamente cinematografiche, ovvio), tratte da una storia realmente accaduta, quella della realizzazione professionale, ma - soprattutto - umana, di Chris Gardner. Una storia che da più parti è stata bollata come molto americana (dalla povertà al benessere, dalla crisi familiare al riscatto come padre, dalle più profonde difficoltà al raggiungimento di felicità che é addirittura sancita come diritto nella Costituzione americana), ma che è anche eticamente rilevante.
Continuando a strizzare un occhio a Frank Capra, il secondo film americano di Muccino narra le vicissitudini di un brillante ingegnere aerospaziale, Tim Thomas, che dopo aver causato un incidente, essendosi distratto al telefono cellulare, togliendo la vita a sette persone - inclusa sua moglie - decide di riscattarsi cambiando la vita ad altrettanti sconosciuti, non prima di aver verificato che costoro valgano il suo massimo sacrificio: il dono della vita. Fingendosi esattore delle tasse, entra in contatto con le persone scelte. Tutto sembrare filare liscio nello sviluppo delle intenzioni dell’ingegner Thomas, fino a quando non s’innamorerà di una di queste sette persone, Emily, una giovane donna cardiopatica che ha urgente bisogno del trapianto di cuore per sopravvivere. Tutto ciò non interverrà a modificare l’intento iniziale di donare la propria vita, e - con essa - i propri organi, alle seven pounds scelte; ma l’inatteso sentimento verso questa donna renderà il suo gesto estremo, pur preventivato, ancor più angoscioso e terribile. L’uomo, finirà i suoi giorni uccidendosi in uno squallido motel, all’interno di una vasca piena di ghiaccio e nella terribile compagnia della cubo-medusa (box-jellyfish), una piccola medusa che rappresenta uno degli animali più velenosi del pianeta, in un gesto tanto folle che non può essere in alcun modo giustificato. L’uomo ha preparato nei minimi dettagli il suo piano. Prima di infilarsi nella vasca, ha avvisato l’ospedale, affinché non si perda del tempo utile per utilizzare i suoi organi; sarà proprio il suo cuore a salvare la vita all’amata Emily.
Il togliersi la vita per donarla agli altri, appare come una folle presunzione di riabilitazione personale e di redenzione, né condivisibile né plausibile.
Il film appare velleitario e meno convincente (sia da un punto meramente tecnico-cinematografico, che da un punto della stesura dello script) de “La ricerca della felicità”. Il complesso di tematiche che va dal senso di colpa (il Male e il Bene, espiazione, riabilitazione) alla solidarietà, dal valore della vita al reale significato della morte, dall’amore al dolore (la malattia e la sofferenza fisica e morale), è affrontato in maniera volenterosa ma superficiale e confusionaria. Peraltro, il film s’incentra su Thomas ed Emily, e si finisce con il non comprendere perfino il senso del titolo, considerato che le altre sei persone da salvare non si vedono neanche! Il film proprio non riesce a convincere. Tanti spunti presenti in questa pellicola ambiziosa, ma tutti lasciati in superficie. Forse l’accoppiata Gabriele Muccino - Will Smith, campione al box office, si è infilata in qualcosa di più grande di sé, tanto da dar vita ad un guazzabuglio indecifrabile, con il dramma del protagonista che non appare mai veramente coinvolgente, dando luogo solamente ad emozioni artefatte, oltre che insignificanti ed irriguardose rispetto alle alte (forse sin troppo elevate) tematiche sfiorate. Comunque sia, questa pellicola di Muccino possiede moltissimi spunti per sviluppare notevoli riflessioni utili sia ad una visione personale che ad una proiezione pubblica a fini di considerazioni e meditazioni sia meramente legate all’arte cinematografica che bioeticamente rilevanti.














