Molti potranno pensare che la sua carriera sia stata facilitata dal fatto di avere un padre così, diciamo, "ben inserito" nell'ambiente e, infatti, lei non lo nega affatto, ma tiene sempre a ribadire anche quanto abbia lavorato duro per raggiungere i suoi scopi. Nella sua vita ha fatto un po' di tutto all'interno dello show-biz: l'attrice, la stilista, la sceneggiatrice, la produttrice e ha anche lavorato nel mondo dei video musicali, collaborando con personalità come i Beastie Boys e i Chemical Brothers, tra gli altri. Proprio in questo contesto conosce Spike Jonze, ormai suo marito da quattro anni (anche se stanno già divorziando), altro enfant prodige del grande e del piccolo schermo, oltre che impegnato in numerosi altri campi. Sofia sostiene di non aver mai pensato di collaborare a un film con lui perché hanno idee e metodi molto diversi, anche se si consigliano spesso a vicenda. Nonostante sia cresciuta nel mondo del cinema, si circonda soprattutto di amici musicisti: Sonic Youth, My Bloody Valentine, anche se una delle sue migliori amiche è Zoe Cassavetes, figlia del grande John e, a sua volta, regista. Il vero e importante debutto nel mondo del cinema (a parte quelli precedentemente citati) è in veste di co-sceneggiatrice, insieme al padre, dell'episodio da lui girato in "New York Stories" (1989), "Life Without Zoe" (Zoe è l'altra figlia di Francis Ford Coppola, morta da piccola, e da cui prende il nome anche la sua casa di produzione, la Zoetrope. E non è l'unico caso: il grande regista ha perso anche un altro figlio, Gio, in un incidente stradale all'età di 22 anni). Si mette dietro la macchina da presa nel 1998, per la realizzazione del cortometraggio (14 minuti) "Lick the Star". La vicenda è ambientata in un liceo del North Carolina e ha per protagoniste un quartetto di ragazze, la cui capobanda muore a causa del suo piano di avvelenare i ragazzi della scuola. A proposito di questa storia la regista dice: "Lick the Star ricostruisce l'atmosfera d'intrighi della high school. Le ragazze possono essere così cattive tra di loro, ed ogni cosa sembra così drammatica, la fine del mondo. Ho voluto cogliere quel momento cruciale tra i 12 e i 13 anni in cui nello stesso tempo si odiano e si amano i ragazzi". Da sottolineare la presenza nel cast di Zoe Cassavetes, nel ruolo dell'insegnante di ginnastica, e soprattutto di Peter Bogdanovich, nel ruolo del preside. Il film viene presentato a Venezia. L'opera che la fa conoscere al grande pubblico (e che riprende il tema dell'adolescenza al femminile) è però "The Virgin Suicides" (Il giardino delle vergini suicide) (1999), che narra la vita delle cinque sorelle Lisbon dal momento del primo tentativo di suicidio della più piccola di loro, Cecilia. Dalla morte di quest'ultima è tutto un crescendo in ogni senso: dal delirio della madre, all'impotenza del padre, alle nuove esperienze delle quattro "superstiti", soprattutto di Lux (Kirsten Dunst). Quest'ultima si innamora del più bello della scuola, Trip, ricambiata, ma, una volta passata la notte insieme, il ragazzo perde qualsiasi interesse per lei. Al ritorno di quest'ultima la mattina seguente, le sorelle vengono rinchiuse in casa dalla madre e Lux continua a fare sesso con chiunque sul tetto della casa. E' a questo punto che si inseriscono attivamente nella storia un gruppo di ragazzini, dal cui punto di vista è poi narrata tutta la vicenda. Questi, che avevano sempre ammirato le bellissime ragazze da lontano, ora si rivelano il loro unico contatto con il mondo esterno e comunicano con loro attraverso dischi fatti ascoltare al telefono e messaggi con l'alfabeto Morse. Fino a quando le ragazze non chiederanno loro di andare a prenderle una notte, non avranno mai il coraggio di parlare direttamente con loro. Come il titolo chiaramente indica, proprio quella notte, tutte e quattro troveranno la morte in modi diversi, lasciando completamente sconvolti i loro "ammiratori". Questi, una volta cresciuti, sostengono di non avere mai dimenticato quella storia e di esserne stati profondamente segnati, così come, per un breve momento, vediamo Trip, adulto, raccontare parte della sua versione della storia in una clinica per non meglio identificati disturbi. I temi che ricorrono sono quello delle ragazze viste come un universo misterioso dai ragazzi e quello della difficoltà di essere adolescenti (Cecilia dice allo psicologo dopo il suo primo tentativo di suicidio: "Ovviamente lei non è mai stato una ragazza di 13 anni"). Il finale non apre nemmeno uno spiraglio di luce sui personaggi dei genitori e, soprattutto della madre, che dopo la tragedia sostiene di non aver mai sbagliato niente con le sue figlie e di aver dato loro tutto l'amore di cui avevano bisogno. Attesa al varco, Sofia Coppola aspetta ben quattro anni per far uscire nelle sale il suo seguente lavoro, "Lost in Translation" (L'amore tradotto) (2003) (tra l'altro aiutata, in una fase delle riprese quando stava andando fuori tempo massimo, dal fratello maggiore Roman, anch'egli regista). E non delude. Come più volte dichiarato dalla regista stessa, il film è stato scritto proprio per Bill Murray, che Sofia aveva tanto amato in "Rushmore" e "Groundhog Day". Lo chiamerà ogni giorno per mesi pregandolo di accettare la parte, cosa che avverrà , ma di sicuro non (o non solo) per l'insistenza della donna. L'ex comico del Saturday Night Live ha amato molto il copione, così come Scarlett Johansson, la protagonista femminile, seguita nella sua carriera sin dagli inizi con "Manny & Lo", "The Horse Whisperer" e "Ghost World". Un altro interprete, nei panni del marito fotografo (e, come direbbero gli americani, "workaholic", dipendente dal lavoro) della giovane donna, è Giovanni Ribisi, già voce narrante nella versione originale del film precedente. La storia è ambientata a Tokio, città che la Coppola conosce bene e dove ha diversi amici, ma che per la maggior parte degli occidentali è un mondo completamente a parte, dove non ci si riesce spesso nemmeno ad orientare. I due protagonisti, entrambi soli in un luogo sconosciuto e in un ambiente freddo (un grande e lussuoso hotel), instaurano prima un'amicizia e poi un sentimento più forte nel giro di una settimana. Nonostante lui sia un famoso attore di mezza età costretto a fare uno spot in Giappone per ovviare alla mancanza di lavoro nel suo Paese, e lei una giovane appena laureata in filosofia che non sa cosa la vita possa offrirle e già stufa del suo matrimonio, tra i due si instaura una specie di connessione misteriosa, tanto che spesso non hanno nemmeno bisogno di parlarsi per capirsi. Anche se si tratta di un film abbastanza malinconico ci sono scene molto spassose, come quelle sul set dello spot o quelle dell'inseguimento per le strade della città . Secondo la regista i "brief encounters" come quello del film, sono fatti che ti cambiano come persona; è confortante per lei incontrare una persona con cui senti di avere qualcosa in comune anche se non la conosci bene, ti fa sentire di non essere sola. Sostiene di preferire i film dove non c'è molta azione, che trattano soprattutto di sentimenti e ha voluto unire tutte queste cose che amava in un film, sperando che anche altri potessero apprezzarlo. La conclusione del film è quanto di meno banale possa esserci. Invece che dichiararsi amore eterno o dirsi addio per sempre i due si dicono qualcosa all'orecchio nella folla delle strade di Tokio, senza che noi riusciamo a sentirlo. Non sappiamo cosa si siano detti, ma la cosa non ci indispettisce per due motivi: vediamo entrambi i personaggi felici dopo questo episodio e, soprattutto, siamo contenti di non aver sentito nulla, perché qualsiasi frase, a quel punto, sarebbe stata banale.














