La sua opera richiama spesso temi come quelli dell'omosessualità (da lui "vissuta" in prima persona), dell'AIDS (affrontato attraverso sottili metafore e, a sua volta, rappresentante di un più generale malessere del tardo ventesimo secolo), della musica e della cultura degli anni Settanta e soprattutto la sua fissazione per uno studio di Freud in cui si esamina la trasformazione di masochismo in sadismo nelle fantasie e nei ricordi di un giovane paziente.
Il suo debutto alla regia avviene nel 1985 (mentre ancora frequenta l'Università ) con "Assassins: A Film Concerning Rimbaud", ricostruzione della "wild life" del poeta maledetto francese e della sua relazione con Paul Verlaine, dove però il protagonista viene rappresentato come una specie di protopunk dedito all'assenzio, a scrivere sui muri e alla vita notturna, il tutto narrato da diverse voci over e con la musica di Iggy Pop in sottofondo.
Nello stesso anno Haynes si laurea in Arte e Semiotica alla Brown University, ma solo due anni dopo torna in scena e lo fa alla grande, con un film che comincia ad imporlo all'attenzione di molti, ma che gli riserva anche una buona dose di critiche. Si tratta di "Superstar: The Karen Carpenter Story", che narra la vita di una celebre cantante americana degli anni '70, morta di anoressia. La particolarità di questo lungometraggio è che i protagonisti sono delle Barbie e il regista passò mesi per creare, con le proprie mani, tutti i loro accessori in miniatura. Haynes ricorda di aver scelto questa storia perché riteneva che la musica dei Carpenters fosse emblematica dei primi anni '70, periodo che ricorda come l'ultimo di pura fantasia e falsità che ha condiviso con i suoi genitori, quando erano ancora uniti nell'idea della tipica felice famiglia americana. Purtroppo, nonostante le critiche favorevoli ricevute, nel 1989 è costretto a ritirare la pellicola poiché non ha richiesto i diritti per la musica che viene suonata durante il film e l'impegno a mostrare l'opera solo nelle scuole e nelle cliniche a scopo istruttivo e a devolvere tutti gli incassi al fondo della Carpenter per la lotta contro l'anoressia, non serve a far cambiare idea a chi di dovere. Tutto ciò ha naturalmente creato una specie di alone mitico intorno a questa creazione, facendo di essa un cult a tutti gli effetti.
Nel 1990 è la volta di "Poison", trittico di episodi stilisticamente molto diversi tra loro. Il primo, Hero, racconta, attraverso interviste fatte a vicini e amici (quindi in perfetto stile televisivo), la storia di un bambino, Richie Beacon, che uccide il padre che abusava di lui e poi si toglie a sua volta la vita. Qui viene per la prima volta ripreso il famoso scritto di Freud che ha tanto appassionato il regista, in cui un paziente raccontava di aver assistito a delle scene di pestaggio, quando, in realtà , era stato proprio lui la vittima di quelle violenze invece di un semplice osservatore esterno. Allo stesso modo, Richie, solo dopo aver visto la madre a letto con il giardiniere, si ricorda di aver subito violenze sessuali da parte del padre. Il secondo episodio, Horror, è invece una parodia dei film fantascientifici di serie B degli anni '50, in cui uno scienziato riesce a isolare una versione liquida dell'istinto sessuale umano, che poi, per sbaglio, beve, dando così inizio a una serie di spiacevoli e disgustose conseguenze che lo conducono alla morte. Il terzo e ultimo episodio, Homo, è ispirato agli scritti dal carcere di Jean Genet, e descrive i momenti di prigionia di Broom e del suo amico d'infanzia Bolton, da cui è ossessionato. Anche qui assistiamo alla trasformazione di Broom da masochista simpatizzante di Bolton a suo furtivo amante e sadico stupratore, in un parallelo con l'estremo gesto di Richie. Il film è un'implicita riflessione sul clima di crisi e sulla paura legata al sesso che l'ha provocata; un chiaro anche se non diretto riferimento all'AIDS.
Nel 1993 Haynes torna al cortometraggio, con una produzione di 27 minuti per la serie "TV Families", trasmessa dalla PBS, intitolata "Dottie Gets Spanked". Steven Gale, un bambino di 7 anni, viene deriso ed etichettato come "effeminato" dai compagni di scuola a causa della sua passione per Dottie, una star della TV. Quando vince un tour sul set del programma, assiste alla registrazione di una puntata in cui la sua beniamina viene sculacciata dal marito e questo innesca in lui una serie di complicazioni emotive, oltre che visive: Dottie continuamente fuori e dentro dal personaggio e la continua immagine (presentata allo spettatore nelle versioni a colori, in bianco e nero e disegnata a matita) della donna sulle ginocchia dell'uomo, che lo avvolgono come in un vortice fino al momento finale in cui Steven sotterra il disegno di Dottie che viene sculacciata. Con le parole di Haynes, nella tipica ambiguità freudiana: "E' un gesto che reitera l'atto che è stato proibito e che è stato represso nell'atto di reprimere l'atto stesso".
L'indiretto riferimento alla "malattia del ventesimo secolo" ritorna in un film del 1995: "Safe". Una bravissima Julianne Moore impersona Carol White, una casalinga della San Fernando Valley, in preda ad una sorta di "malattia ambientale" (metafora dell'AIDS, appunto) che la rende allergica a qualsiasi sostanza chimica in circolazione. La descrizione della malattia e dei vari tentativi fatti per guarire, si trasforma in una ricerca della propria identità . Muovendosi in spazi quasi completamente privi di ogni attività umana e interrotti, nel loro silenzio, solo dal rumore dell'aspirapolvere, della radio o della televisione, viene da chiedersi quale sia la causa del malessere della protagonista. I gas di scarico di un camion? Una permanente? Una dieta sbagliata che le viene consigliata? Suo marito? Lei stessa, forse?
Utilizzando uno stile di osservazione apparentemente diretto, Haynes cerca, oltre la satira, di capire e rappresentare il disperato bisogno di controllo dell'America.
E nel 1998 il regista americano torna ad alcuni temi già affrontati in precedenza: la scena musicale anni '70 (in particolare Iggy Pop), l'omosessualità , i richiami all'infanzia e il citazionismo. Il film in questione è "Velvet Goldmine" (che, in un progetto iniziale, doveva intitolarsi "Glitter Kids"), tributo al glam rock inglese attraverso la storia (professionale e d'amore) di due cantanti del periodo, Brian Slade e Curt Wild, che ricordano molto da vicino (e non casualmente) rispettivamente David Bowie e Iggy Pop. La narrazione è strutturata sulla stessa base investigativa di "Quarto potere" (Orson Welles, 1941); quindi la storia dei due protagonisti è narrata attraverso continui flashback che illustrano i ricordi di alcune persone che li conoscevano e che vengono intervistate da un giornalista musicale. L'atmosfera è volutamente Kitch, a volte sfiora intenzionalmente il ridicolo, la narrazione è molto ironica (a partire dalla scritta iniziale "anche se il film che state per vedere è un'invenzione, andrebbe proiettato al massimo del volume") e, come se non bastasse, Haynes scomoda un grande della letteratura anglosassone, facendone il "santo patrono" di origine extraterrestre del glam rock (che lega tutti attraverso una semplice, ma quanto mai bramata, spilla): Oscar Wilde. Il film viene prodotto, tra gli altri, da Michael Stipe, front-man degli R.E.M., mentre David Bowie, probabilmente non apprezzando l'idea del film, si rifiuta di collaborare alla realizzazione di esso e di cedere i diritti delle sue canzoni.
Arriviamo infine all'ultima realizzazione di Todd Haynes: "Far from Heaven" (2002). Dopo sette anni torna a lavorare con Julianne Moore, che anche questa volta interpreta il ruolo di una tranquilla casalinga, la cui vita non viene però sconvolta da una misteriosa malattia, bensì dalla scoperta dell'omosessualità del marito e dall'attrazione per il suo giardiniere, un uomo di colore. Tutto ciò è "aggravato" dal fatto che ci troviamo in un quartiere "bene" dell'alta borghesia americana degli anni '50. Questa pellicola è soprattutto un'esercitazione di stile, nel riproporre un genere molto in voga proprio negli anni in cui è ambientato il film: il melodramma. Genere che ha come suo maggiore rappresentante Douglas Sirk. Far from Heaven rende in particolare omaggio a "All That Heaven Allows" (1956), in cui l'amore tra i due protagonisti veniva ostacolato dalla snobberia dei parenti di lei che non apprezzavano lo spirito libero di lui e il fatto che fosse di dieci anni più giovane della sua amata. Ovviamente, nel film di Haynes, i motivi sono diversi (omosessualità , razzismo) e non si sarebbero certo potuti affrontare con tanta disinvoltura 50 anni fa. Questo è un segno che i tempi (fortunatamente) sono cambiati, ma purtroppo non abbastanza, visto che ancora oggi, nel 2003, si assiste a comportamenti che troppo ricordano quello delle presunte amiche della protagonista quando scoprono il suo interesse per una persona dal diverso colore della pelle.
Nei film di Haynes si legge spesso a chiare lettere la sua passione per certi autori e certi film del passato. Oltre ad aver confessato un'infantile insana passione per "Mary Poppins" (R. Stevenson, 1964) (che ricorda quella di Steven Gale per Dottie), il regista ammette di essere stato influenzato (soprattutto nella realizzazione di "Velvet Goldmine") da film che "probabilmente venivano dalla drug culture degli anni ‘60" come "Performance" (D. Cammel e N. Roeg, 1970), "Women in love" (K. Russel, 1969) e i due capolavori di Stanley Kubrick "A Clockwork Orange" (1971) e "2001: A Space Odissey" (1968), e questo perché "invitavano a spingersi verso luoghi mai visti prima". Ovviamente è chiara anche l'influenza di famosi registi hollywoodiani come Orson Welles e Douglas Sirk, oltre a Fritz Lang e Alfred Hitchcock, ma il suo regista preferito, scoperto ai tempi dell'università , resta Werner Fassbinder, autore controverso e geniale. Con lui condivide, oltre alla passione per il melodramma e al modernismo di stampo godardiano, anche alcuni temi (i problemi razziali, l'omosessualità , il suicidio), come è ben testimoniato dal film che Haynes indica come il suo preferito tra quelli del regista tedesco: "La paura mangia l'anima" (1973), storia dell'amore considerato scandaloso tra una vedova tedesca di mezza età e un giovane marocchino.














