C’è una rassegna che cerco di non perdere mai: Locarno/Roma. Qui ho l’occasione di vedere opere che spesso non vengono distribuite in Italia, come Le dernier des fous, di Laurent Achard, vincitore del Pardo d’argento (premio alla regia) nella edizione del 2006, da me ammirato il 28 agosto di quell’anno e mai uscito nelle nostre sale. Questo film si distingue subito per l’alternarsi di due sguardi. Quello di Martin, il bambino protagonista è il primo che incontriamo e ci accompagnerà lungo tutto il film, racconto del disfacimento d’una famiglia che vive isolata in una fattoria, nella campagna francese. Poi vi è un altro sguardo, quello su Martin o, più propriamente, sul modo in cui il bambino guarda le cose, osserva i momenti drammatici della vita familiare.
Si pensi, verso la fine, alla sequenza in cui scopre il suicidio del fratello Didier, omosessuale, poeta incompreso ed in forte contrasto con il padre e – soprattutto – con la nonna, colei che decide il destino della casa.
Il bambino si avvicina al portone gigantesco d’una stalla, lo vediamo – una volta aperto il portone – che guarda fisso, non sappiamo dove. Poi viene inquadrato il fratello impiccato. Il dramma, pur smorzato, è già tutto negli occhi dell’infante.
Ciò rimanda alla precisa opzione linguistica del regista, che valorizza le migliori tradizioni cinematografiche francesi. Quelle legate alla dedrammatizzazione, che puntano all’intensità più che al manifestarsi esteriore del dramma.
Questa opzione fa sì che il regista abbia la capacità di creare momenti di forte impatto visivo senza che ciò si traduca, o scada, in un facile estetismo. Ciò perché tali momenti affiorano in una narrazione piana, senza le tradizionali scene-madri e quindi vengono riassorbiti subito. Si pensi, in tal senso, al campo lunghissimo con il bambino, fuggito, che viene raggiunto dalla domestica Malika: due punti sulla linea dell’orizzonte, in un’inquadratura dove un lembo di terra è sovrastato dal cielo.
Quindi, i valori figurativi pur presenti non hanno mai la meglio sulla narrazione, su un racconto che ci restituisce il disfacimento di una famiglia ma ancor di più una struggente solitudine. Il nostro piccolo protagonista si nasconde nella stalla ad osservare la famiglia, ma non può vedere la madre, in preda a problemi psichici e rinchiusa in una stanza. Col padre ha solo scambi formali. Lo vediamo camminare da solo per gran parte del film. Anche se è forte, narrato con grande tenerezza, il rapporto con il fratello Didier. Ed anche se la confidenza con la domestica nordafricana Malika, supplisce alle carenze affettive.
Dunque, qui non c’è solo l’oppressione familiare. Il finale potrebbe far pensare ad un rifiuto della famiglia di stampo sessantottino, ma il punto non è questo. Certo, sono restituite le vedute ristrette dell’ambito familiare, ma quel che manca al piccolo protagonista è la comunicazione, che ha solo con due diversi (la domestica Malika ed il fratello). Perciò il discorso contestatario, pur a monte, non deve far pensare ad un film ideologico, perché ciò che domina è una ricerca insoddisfatta di amore.
Quindi il finale che porta il bambino ad eliminare le “fonti viventi” dei suoi problemi può risultare paradossale, strano per un’opera che ha la delicatezza, ad esempio, di restituirci con lievi tocchi una condizione sociale (come nella sequenza in cui Malika è con la sorella, anch’essa domestica).
Ma poi a ripensarlo non ci appare più così. E la sua chiusura, con Malika che abbraccia il bambino e gli dice – grosso modo – “ti sei liberato”, riconduce tutto a quella intimità tra i due che segna buona parte dell’opera.
Quel che il film può avere di forzato sono certi passaggi psicologicamente meno credibili, nessi che sono importanti in un’opera che non vuole avere una struttura narrativa tradizionale, che non vuole spiegare e mostrare tutto. Diciamo che la credibilità minore di qualche piccolo passaggio ha una valenza maggiore che in un film più classico dove forse, salvo eccessi, saremmo portati a passarci sopra.
Ciò, naturalmente, nulla toglie alla fantasia visiva di Achard, alla sua capacità di imprimere in noi sequenze memorabili costruite con poco. Si pensi alla bellissima sequenza della litigata a tavola tra la nonna e Didier. Anch’essa parte dallo sguardo del piccolo, con le voci off e l’inquadratura stretta. Poi l’inquadratura si allarga piano piano e siamo proiettati gradualmente nel vivo del dramma.
Ora, tale sequenza ed altre ancora le abbiamo ripensate per giorni. Ed ogni volta che una di esse ci è riapparsa di fronte, ci ha fatto rivivere l’intero film, ogni volta ripercorso a partire da un punto di vista diverso. Perché Le dernier des fous non è una galleria di pezzi di bravura, ma un film che ti rimane, un film che si fa amare.














