Una visione Differente

Una pura formalità

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Quali sono gli antidoti che il cinema italiano può usare contro lo spauracchio del provincialismo, quella malattia che impedisce ad un film (ma anche ad un romanzo) di essere compreso ed amato anche oltre i confini nazionali? Beh, ce ne vengono in mente due. Il primo è quello che utilizzò Fellini per Amarcord: raccontare i personaggi per la loro umanità ed i luoghi per quelle suggestioni che li rendono unici, lasciando da parte il folclore e gli stereotipi di cui troppo spesso si abusa.

Il risultato, lo sappiamo, fu eccellente: il borgo natio di Fellini risultò talmente internazionale da regalare al nostro l'ennesimo Oscar come miglior film straniero. Il secondo è quello adottato da Tornatore in questo (parzialmente) misconosciuto capolavoro del 1994: ossia raccontare una storia atipica, solo apparentemente kafkiana, senza quello che gli scrittori di cinema chiamano extratesto, ossia i riferimenti ad una precisa realtà geografica e sociale. Protagonista del film è uno scrittore misantropo, Onoff, che viene fermato dagli agenti di polizia in una fredda notte di Febbraio (è il suo compleanno) e portato al commissariato dove, in un crescendo di tensione e atmosfere incubatiche, dovrà difendersi da un'accusa di omicidio. Una sorta di signor Joseph K. (il protagonista del Processo)? Come detto, solo in apparenza. Una pura formalità, infatti, prende solo le mosse da Kafka per poi preferire, intelligentemente, uno sviluppo moderno ed un finale inaspettato che non è poi molto dissimile da quello che proporrà, qualche anno dopo, una pellicola di successo internazionale: Il sesto senso. Onoff non riesce minimamente a ricordare cosa ha fatto nelle ultime ore della giornata. Ma le domande del commissario ( un Roman Polanski sornione e provocatore) si fanno incalzanti e, alla fine, lo scrittore ricorderà: egli ha realmente commesso un omicidio, ha ucciso se stesso (nella prima inquadratura del film una pistola aveva sparato in camera). L'anamnesi del protagonista coincide con la sua morte. Ricordare è un po' come morire recita il testo della canzone che Gerard Depardieu canta alla fine del film, e che è stata scritta, così come i dialoghi, dallo scrittore Pascal Quignard. La memoria nei film di Fellini o nelle opere di Proust aveva addirittura fini salvifici. Questo film va controcorrente e la ritiene mortifera. Si potrebbe anche leggere l'opera come una metafora della creatività: se l'artista vuole arrivare al suo appuntamento con il simbolico ministro della cultura, deve dimenticare il passato e saper rinnovarsi, come se scrivesse le sue opere su un delebile bagnasciuga. A mio parere il migliore fra i film grandi e piccoli di Tornatore. Un'opera il cui respiro internazionale è corroborato dalla azzecatissima scelta di due grandi inerpreti che ingaggiano un duello mozzafiato. Ma anche Sergio Rubini, qui nelle vesti di caratterista, è bravissimo. Il paradosso di Una pura formalità è che un film così coraggioso fu tiepidamente accolto al festival di Cannes ed è stato invece riabilitato (per una volta!) dai continui passaggi televisivi che ne hanno fatto un piccolo cult movie per il piccolo schermo.

La frase: "Non si scrive perché si ha un'idea. Si scrive perché non si sa fare altro!".

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin