Trash: apologia del disimpegno e provocazione da salotto.
Stefano Macera
Da molti anni, Il Manifesto si fa veicolo della riabilitazione di un vasto segmento della produzione cinematografica italiana, quello che – anche tenendo conto delle sue differenziazioni interne – si suole definire trash. Protagonista di questa operazione è un noto critico cinematografico ed autore televisivo, Marco Giusti. Già inventore, con Enrico Ghezzi, di Blob, Giusti ha poi realizzato per proprio conto Stracult, programma di Raidue che da anni celebra il cosiddetto “cinema che spacca”.
Giusti è uno scrittore prolifico, così non è raro, per i lettori del quotidiano comunista, imbattersi in una recensione come quella che egli dedica all’ultimo cinepanettone firmato da Neri Parenti, di cui riportiamo un brano: “Dopo le inutili ospitate da Bruno Vespa, la mancanza dei consueti sceneggiatori, Brizzi e Martani, la pesante cacciata dal set della superfiga Belen Rodriguez (oscurava la Hunziker?), temevamo il peggio, la commedia perbenista, le sitcom modello Mediaset. Invece già dalle prime sequenze (…) arrivano Michelle Hunziker, che si confronta con i piselli di un gruppo di spogliarellisti per il suo addio al celibato, poi GianMarco Tognazzi con il parrucchino pesantissimo (…) che viene apostrofato da Alessandro Gassman come ‘il solito figaless’, cioè senza figa (…) quindi Christian, scatenatissimo, che porta in giro una vecchia americana ricca e si permette battute del tipo ‘Quando gli stringo le zinne le esce il latte in polvere’”1.
Ennio Flaiano, sul Mondo del 23 dicembre 1950, ebbe a scrivere: “il film italiano (…) ha inoltre questo merito: di un totale distacco dalla letteratura e dal teatro, cioè di un’autonomia che può essere fonte di ogni sorpresa”.Ciò, in un articolo in cui venivano recensiti due film: Cronaca di un amore (Antonioni) e Il brigante Musolino (Camerini). Nello scritto (Cronache e briganti, ora in Ombre fatte a macchina, Milano 1997), il grande scrittore, sceneggiatore e critico, si compiaceva del fatto che nel cinema italiano si prediligessero i soggetti originali. Invero, non saprei dire fino a che punto questa sia stata la tendenza del cinema nostrano di allora: per quanto mi risulta, anche nel quinquennio (1945-1950) più segnato dalla spinta verso il reale, non mancarono certo film di matrice letteraria, tra i quali va annoverato anche Ladri di biciclette, tratto da un’opera di Luigi Bartolini.
Nel 2007 il noto regista Francis Ford Coppola, ritorna a far parlare di sé, dopo ben dieci anni di assenza dal grande schermo, con la sua ultima opera “Un’altra giovinezza”.
Il film nasce come una vera summa, da un lato dello scibile e del senso filosofico dell’esperienza umana, dall’altro del linguaggio cinematografico vissuto e rielaborato dal grande regista statunitense. Il film, infatti, è costruito, sin dai titoli di testa con figure del linguaggio cinematografico che spaziano dal classico holliwoodiano (le elissi temporali date dal susseguirsi delle testate dei giornali) ai giochi di luci ed ombre incombenti dal fuori campo, tipiche dell’espressionismo tedesco anni 20’. Punto d’incontro dei due assi d’indagine è il libro omonimo del filosofo e storico delle religioni Mircea Elide, di cui il film è la trasposizione cinematografica. Molto s’è detto dell’ipotesi che Coppola abbia voluto farne una retrospettiva della propria mirabile carriera, suggerendo una identificazione col protagonista settantenne, quasi suo coetaneo, che sin dall’incipit non cessa mai di ragguagliare gli esiti e gli snodi delle “proprie vite” in un monitoraggio costante.
L’articolo di Franco Baccarini dedicato all’amore sul grande schermo indicava in oltre 400 i film usciti in Italia, in circa un secolo, con la parola amore nel titolo. Tra questi dovrebbe rientrare Io amo, tu ami... (1961), di Alessandro Blasetti, anche perché, in quasi tutte le banche dati, è accompagnato da una specificazione messa tra parentesi: Antologia universale dell’amore. Ora, proprio di questa opera, vista il 12 gennaio scorso alla Sala Trevi di Roma, mi vorrei qui occupare. Debbo dire che da essa mi aspettavo di meno: mi ci sono accostato col piglio di chi vuole aggiungere un tassello alla conoscenza di un autore importante per il cinema italiano, soprattutto negli anni ‘30. Invece per ore, dopo la visione, si sono avvicendate nella mia mente varie immagini di questo originale documentario. Io amo, tu ami... è, come suggerisce il titolo, un film sull’amore, ma anche sulla sua rappresentazione negli spettacoli di Roma, Mosca, Londra e Parigi. Va annotato che fu il primo film italiano con riprese effettuate nella capitale sovietica: segno evidente del clima di distensione che si andava allora affermando nella scena internazionale.
Praga, comunemente considerata una delle più affascinanti e romantiche città del mondo, è la capitale della Repubblica Ceca (che insieme con la Slovacchia aveva formato fino al dicembre del 1992 la Cecoslovacchia), è bagnata dalla Moldava, ed è di gran lunga il principale centro di riferimento nazionale sia dal punto di vista economico-commerciale che da quello artistico e culturale, cinematografico compreso.