Una visione Differente

Cinema e Giustizia

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IL CINEMA ITALIANO TRA “BENE” E “MALE”: IL SUO RAPPORTO CON LA “GIUSTIZIA”

Alcuni anni fa, in occasione dell’inaugurazione della Casa delle Letterature a Roma, in coincidenza con la riapertura della prestigiosa Biblioteca dell’Orologio, mi trovavo nello splendido giardino dove si erano formati vari gruppi di conversatori - tutti “armati” di qualche gustoso boccone del buffet - tra i quali spiccavano Luciano De Crescenzo ed il Nobel José Saramago. Io mi sono ritrovato, non so neanche bene come, in un gruppetto dove c’era uno scrittore orientale, da anni residente in Italia, tale Mallit; un nome da prendere con beneficio di inventario, considerato che ne ricordo la pronuncia, ma non ho avuto il piacere di leggere il suo biglietto da visita, sicuramente meno spettacolare di quello esibito da De Crescenzo che recita più o meno così: “Luciano De Crescenzo, Via … (ometto per la privacy, ma si trova in quel degli splendidi Fori Imperiali), Tel. …, soffro di prosopagnosìa, per cui incontrandovi posso non riconoscervi e, quindi, non salutarvi. Non offendetevi, non lo faccio apposta, è una patologia”. Autentico genio partenopeo!
Ebbene, Mallit riteneva speciale il legame che, nel cinema, passava tra il “Bene” ed il “Male”, nelle più svariate accezioni: nel mondo della spiritualità, o in quello “poliziesco” od anche più strettamente “giudiziario”, e via discorrendo. Egli, dopo aver notato una forte presenza di questa relazione nel cinema italiano (ritenuta, comunque, interessante), ci disse: “c’è un Bene e un Male nella Religione, e c’è un Bene e un Male nella giustizia umana, e non sempre coincidono tra loro, oltre a non coincidere tra diverse religioni e tra diversi codici di differenti nazioni”.
La sottolineatura del rapporto speciale che il cinema italiano avrebbe con il “Bene” ed il “Male”, mi ha condotto a curiosare fra tutte le varie sfaccettature, scoprendo che effettivamente sarebbe interminabile un lavoro che volesse ripercorrere tutte le strade attraversate dal nostro cinema lungo le vie del giusto e dello sbagliato, del buono e del cattivo. Ci si può imbattere in un film drammatico o in una commedia, si può parlare di fede (prevalentemente cattolica), si può affrontare il sempreverde filone sull’Arma dei Carabinieri (in chiave comica o sacrosantemente seria), ma in fondo ci troviamo sempre di fronte al grande bivio tra “giusto” e “sbagliato”, sperando che convinca molto di più il “Bene”, convinti però che la maggior curiosità e gli incassi premino – ahimé – il “Male”.
Il cinema si è sempre occupato della giustizia, nell’accezione propria del mondo giudiziario, sia per pellicole drammatiche che per esilaranti commedie. Nel primo caso, ci riferiamo ad un ventaglio assai vasto di filoni che vanno dai processi di guerra ai grandi casi di cronaca nera che hanno spaccato l’opinione pubblica tra “innocentisti” e “colpevolisti”; da denunce di casi di manifesta ingiustizia o di ritardi nello svolgimento dei processi fino a casi di intoccabilità di persone “al di sopra di ogni sospetto”, con la conseguente e dibattutissima tematica della legge che sarebbe solo apparentemente uguale per tutti. Nel secondo caso, intendiamo ricordare grandi commedie degli equivoci e colorite cronache di intere giornate trascorse all’interno degli uffici giudiziari o di forze di polizia.
Sul rapporto tra cinema e mondo giudiziario sembra sempre che serva l’America, quando invece è sufficiente ricordare che la realtà di una giornata giudiziaria italiana, vista in prima serata come fosse una fiction per molti anni (fino a poche stagioni fa) sugli schermi di Raitre, ha fatto segnare un successo che ha dimostrato come lo spettatore si possa avvincere alle vicende giudiziarie. Anche “Forum” (programma storico Mediaset) conferma quanto detto per “Un giorno in Pretura”, il programma Rai cui facevo cenno poc’anzi. Eppure ci si potrebbe non attendere un così evidente attaccamento a questi temi, oggettivamente affascinanti, ma che non sempre risultano appetibili per le masse, che spesso accostano il filone giudiziario a cavilli, articoli di legge poco comprensibili, e quant’altro rappresenta una materia ostica ai più, scrittori e sceneggiatori inclusi, i quali – all’occorrenza – si rifugiano nelle “dritte” di amici avvocati.
Sarà anche per questi motivi che in Italia si è fatto, e talvolta ancora si fa, del discreto poliziesco (fosse pure un po’ bonario e casereccio), si dipinge bene un processo o una figura togata, ma non siamo portati per il legal thriller, tanto caro agli americani (pensate, solo per fare un esempio, a “Il caso Paradine” - USA, 1947 - di Alfred Hithcock, con Gregory Peck ed Alida Valli), dove il rispetto e la stima per avvocati e giudici è qualcosa di ben più consolidato che non da noi. Tanto che il prestigio che queste figure fanno sì che si dica: “Un avvocato o un giudice resta, un politico passa”. In fondo è così anche in Italia, ma sembra che ne siamo meno coscienti.
Siamo, direi colpevolmente, indietro rispetto agli USA nell’approcciarci al mondo giudiziario, un “cult” oltreoceano, un piccolo tabù per noi, cui si sta recuperando negli ultimi anni con una maggior consapevolezza del ruolo di avvocati e magistrati, e con l’approccio a casi coinvolgenti come quelli relativi a Calvi, Tortora, o all’uccisione di eroi togati come Falcone, Borsellino e Livatino.
Proprio questi grandi personaggi togati, nonché i casi giudiziari che spaccano l’opinione pubblica, riescono ad innalzare l’interesse per il genere “fiction giustizia”. Ed anche per quanto riguarda l’avvicinamento ad una maggiore familiarità con le figure togate si sta facendo qualcosa, come testimonia la serie televisiva de “L’Avvocato Porta”, che è entrata nelle case degli italiani, con l’affabilità di Gigi Proietti. A dimostrazione che si può essere “eroi” anche da avvocati alle prese con i tanti problemi quotidiani della professione contemporaneamente a quelli familiari.
Non si può non fare una breve panoramica della storia del cinema italiano tra aule di tribunale, commissariati e stazioni dei Carabinieri. Cominciamo con un grande classico della commedia all’italiana: “Un giorno in Pretura” (Italia, 1953) di Steno, con Peppino De Filippo, Alberto Sordi, Silvana Pampanini, Sophia Loren, Walter Chiari. Una giornata tipo (ma non troppo!) del pretore Salomone Lo Russo, interpretato da Peppino De Filippo, dinanzi al quale passano casi di ogni genere. Spicca l’Alberto Sordi-Nando Moriconi, che lancia il personaggio dell’”americano” che, per l’incredibile popolarità raggiunta in questa pellicola, condurrà a volergli dedicare un intero film l’anno seguente, “Un americano a Roma”. Si susseguono episodi di varia umanità, che a volte toccano l’animo del pretore Lo Russo, come nel caso della triste storia dell’ex soubrette di varietà Gloriana (interpretata da Silvana Pampanini) accusata di adescamento.
L’anno seguente è la volta di una giornata tipo in commissariato con, per l’appunto, “Accadde al commissariato” (Italia, 1954) di Giorgio C. Simonelli, con Nino Taranto, Walter Chiari, Alberto Sordi, Lucia Bosé, Lauretta Masiero. Il film, una brillante commedia italiana (di quelle che venivano snobbate dalla critica dell’epoca, per poi essere rivalutate tardivamente, anche grazie al giusto valore riconosciuto al cast stellare) racconta la giornata di lavoro di un commissario (Nino Taranto) preoccupato per i tanti casi che gli vengono proposti durante la giornata tanto quanto lo è per il possibile furto della sua 1100, nuova di zecca. Occasione per un ritratto dell’Italia del primo decennio del dopoguerra, e per alcune performance come quella straordinaria di un Alberto Sordi in gonnella, già portato al successo nel teatro di rivista, come originale venditore ambulante di bolle di sapone. Sulla scia del successo popolare della pellicola, l’anno successivo esce “Accadde al penitenziario” (Italia, 1955) di Giorgio Bianchi, con Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Walter Chiari, Peppino De Filippo, Mario Riva, Riccardo Billi, Mara Berni. Un secondino (mai dire così, oggi!) pieno di umanità (Aldo Fabrizi) tiene un diario personale con le confessioni e le storie dei detenuti del carcere dove presta servizio. Anche qui un autentico cast da dream team, nonché musiche di Nino Rota ed esordio, tra gli sceneggiatori, di Ettore Scola. Eppure, anche in questa occasione, la critica impiega molti decenni per rivalutare la pellicola, che non avrà grandi pretese per cinefili, ma ha le sue qualità.
“Il magistrato” (Italia/Spagna, 1959) di Luigi Zampa, con José Suarez, Massimo Serato, Maurizio Arena e Claudia Cardinale, si muove tra neo-realismo e commedia rosa. Narra la storia del giovane magistrato Andrea Moranti (José Suarez), il quale deve giudicare uno scaricatore che si è macchiato dell’omicidio di un capoportuale disonesto che lo aveva condotto all’esasperazione. Intanto Luigi Monelli (François Périer), colui che affitta la camera nella quale vive il magistrato, si suicida a causa degli enormi problemi economici che hanno condotto la sua famiglia in disgrazia. Il giovane Zampa, che ha scritto il copione insieme con Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa, tenta la carta del tema sociale di impegno, finendo qua e là nella retorica e nei buoni sentimenti dell’epoca, con comportamenti che oggi verrebbero indicati (orribilmente) come “buonisti”.
Tra il 1970 ed il 1971 è la volta di una coppia di pellicole italiane che fanno il giro del mondo, ricevendo i massimi riconoscimenti attraverso l’impegno di denuncia, di qualità, ancorché dal sapore troppo politicizzato.
“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (Italia, 1970) di Elio Petri, con Gian Maria Volontà, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio. Un alto funzionario della Polizia, sezione omicidi, interpretato da Volonté, all’immediata vigilia del suo trasferimento all’ufficio politico, uccide la sua amante, Augusta (la Bolkan). Scoprirà, quasi inconsapevolmente, che il ruolo che ricopre lo esenta dall’assunzione della propria colpa. Un giovane “sessantottino” che potrebbe inchiodarlo, si limita a pensare che ciò che ha visto è solo la conferma che tutti i poliziotti sono criminali, rafforzando così gli ideali per i quali egli si batte, mentre i vertici della Polizia non vogliono lo scandalo, tanto più in un momento in cui le istituzioni sono messe in dubbio come mai accaduto prima. Premiato al festival di Cannes e con l’Oscar come miglior film straniero, mette d’accordo anche il pubblico con un eccellente incasso, probabilmente insperato dalla casa di produzione.
“Detenuto in attesa di giudizio” (Italia, 1971) di Nanni Loy, con Alberto Sordi, Elga Andersen, Gianni Bonagura, Lino Banfi, Mario Pisu. Finito agli arresti per errore, il geometra Di Noi (Sordi) vivrà l’incubo dell’errore giudiziario e della detenzione ingiusta, giusto appena tornato in Italia dopo aver vissuto sette anni in Svezia. Atto di accusa sulla peggiore burocrazia, nonché sulle condizioni carcerarie. La denuncia civile sul sistema giudiziario e penitenziale italiano, come quello di qualsiasi altra parte del mondo, va più che bene e non può non essere condivisa. Forse, però, l’aria politica di quegli anni ha fatto sì che si forzasse la mano come se invece di trovarci in Italia (con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti) ci fossimo trovati in una delle tantissime altre nazioni in cui ben altre aberrazioni avvenivano e, spesso, avvengono tuttora. Comunque sia, da lodare il fatto che il compianto Loy abbia voluto affrontare un tema, quello della carcerazione preventiva, che - fra l’altro - è tornato d’attualità con la cosiddetta “tangentopoli”.
A proposito di “tangentopoli” e di Alberto Sordi (la cui figura, come vedete, è ricorrente), non possiamo non ricordare “Tutti dentro” (Italia, 1984) di e con Sordi. Il film non ha qualità straordinarie, ma la “preveggenza” del comico romano è meritevole della massima attenzione. Tutti i potenti possibili ed immaginabili (banchieri, alti personaggi della Chiesa, politici intoccabili) finiscono in un giro di tangenti sul quale si abbatte il coraggio (ma anche un pizzico di esibizionismo?) dell’irrefrenabile giudice Salvemini, interpretato da Alberto Sordi. Ma un’amicizia scomoda ed una donna “di troppo” servono da appiglio ai potenti messi sotto inchiesta ed arrestati, che riescono a trasformarlo da inquisitore in inquisito.
“Il giudice ragazzino” (Italia, 1993), di Alessandro di Robilant, con Giulio Scarpati, Sabrina Ferilli e Leopoldo Trieste. Dal libro di Nando Dalla Chiesa, edito da Einaudi, la vera storia dell’ultima parte della breve vita del sostituto procuratore Rosario Livatino (Scarpati), ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990 in quel di Canicattì. Figura eroica nella sua semplicità di persona riservata, fortemente onesta e caparbia, che viveva ancora con i genitori (interpretati dagli ottimi Leopoldo Trieste e Regina Bianchi) e che lavorava cosciente di essere stato lasciato solo, a parte il fugace e non semplice rapporto con l’avvocatessa Angela, interpretata da Sabrina Ferilli. Secondo Paolo Mereghetti “il film recente meno pretenzioso e più riuscito sul difficile tema dei giudici in lotta contro la mafia”, senza sensazionalismi e retoriche spesso d’uso in queste occasioni.
Ho conosciuto personalmente l’avvocato Cesare Rimini, noto matrimonialista, in occasione del corso di sceneggiatura che seguii all’Associazione Nazionale Autori Cinematografici, con il compianto Leo Benvenuti, tra il 1994 ed il 1996. L’occasione era data dagli incontri che si tenevano, contemporaneamente al corso, per organizzare la stesura di una fiction tv in sei puntate molto liberamente tratte da un libro nel quale Cesare Rimini raccontava casi reali della sua carriera. Vidi gli sceneggiatori sbattere la testa al muro perché la stesura di un copione è difficile, ma se non si sa di cosa si parla è molto peggio! Piuttosto spaesato, ma almeno simpatico, era Tullio Solenghi, che partecipava a tutte le riunioni perché sarebbe dovuto essere il protagonista della serie. Poi, però, la fiction si girò con notevole ritardo sui tempi previsti, e fu interpretata da Fabrizio Frizzi (lo ricorderete come avvocato Paolo Bonelli, nelle due serie girate per la Rai), affiancato da Debora Caprioglio. Comunque sia, fu divertente assistere alla nascita in progress di una sceneggiatura, e tanti sarebbero gli episodi esilaranti da raccontare, dovuti soprattutto alla non conoscenza delle questioni giuridiche. Ha ragione l’avvocato Bacosi quando dice che il diritto vive in tutti gli aspetti della vita quotidiana, e che andrebbe conosciuto, e non viverlo come una cosa lontana ed incomprensibile. Pensando queste cose, effettivamente, si rischia di vivere tutta la vita come un tonto in perenne vacanza. L’avvocato dello Stato Giulio Bacosi, un giovane come tanti di coloro che ci leggono e che ci inviano e-mail, rappresenta l’antitesi di un barone lontano dalla gente, nonostante sia già autore di numerose pubblicazioni (il suo ultimo libro, edito da Giappichelli nel 2003, s’intitola “Dall’interesse legittimo al diritto condizionato”). Egli è tra i fondatori dell’Associazione Democrazia nelle Regole, che segnalo all’attenzione di chi vive a Roma (ma a tutti gli altri indico la possibilità di iscriversi gratuitamente al sito www.cyberesperto.it), che parla di diritto non attraverso noiose lezioni, bensì con vivaci dibattiti sulla materia applicata ai fatti del mondo, alla nostra quotidianità, ai temi del momento; e gli incontri non si tengono in asettiche aule, bensì in uno studio legale o, molto più spesso, in un pub! Non male, eh? Mi piacerebbe parlare con Giulio Bacosi di cinema ed approfondire la conoscenza dell’associazione per dedicarne un articolo per il nostro sito. Vedremo se se ne potrà fare qualcosa. Vorrei approfondire il tema, inerente il nostro giornale online, del rapporto tra cinema e mondo giudiziario che può passare anche per la vivacità culturale di esponenti di quest’ultimo per la celluloide, com’è nel caso dell’Avvocato Generale dello Stato Luigi Mazzella, che attualmente ricopre l’incarico di Ministro per la Funzione Pubblica. Stimato musicofilo e cinefilo salernitano, egli è autore di numerose pubblicazioni in qualità di critico cinematografico e mi ha fatto gradito dono, con gentili dediche molto personali, dei suoi “Il bello del cinema” (Edizioni Seam, Roma - 2000) e “Fermo immagine” (Minerva, Roma - 2000).
Un breve discorso a parte merita un’altra sfaccettatura circa il rapporto cinema-giustizia: il filone sull’Arma dei Carabinieri, la quale ha dedicato l’edizione 2002 del suo prestigioso calendario proprio al connubio di lunga data con il mondo della celluloide. Ma non si è fermata qui, arrivando ad editare un bellissimo volume che affronta dettagliatamente questo rapporto, dal titolo “Carabinieri nel cinema”. Il Generale Sergio Siracusa, autore dell’introduzione al citato calendario, afferma che “la presenza dei Carabinieri nell’arte cinematografica è un argomento di grande attualità perché il cinema, forse meglio di ogni altra arte, riesce ad illustrare con immediatezza speranze e inquietudini della società italiana nel secolo appena trascorso. (…). Il cinema, nel suo interpretare la vita, ovviamente in modo non sempre documentaristico, ha fermato il suo obiettivo sui Carabinieri, sul loro spirito di servizio, sulla loro dedizione al bene comune ed ai più alti ideali, sulla loro vicinanza alla gente”.
Mi piace ricordare, en passant: “Pane, amore e fantasia” (Italia, 1953), interpretato dal grande Vittorio De Sica, che ha contribuito a creare un rapporto speciale tra la popolazione italiana e l’Arma dei Carabinieri e che ha dato vita ad un filone di enorme presa popolare, proseguito con “Pane, amore e fantasia” (Italia, 1953), “Pane, amore e gelosia” (Italia, 1954), “Pane, amore e…” (Italia, 1955) ed un inutile ultimo episodio “Pane, amore e Andalusia” (Italia/Spagna, 1958) che chiude la serie senza le idee dei films precedenti e senza la presenza di Gina Lollobrigida o di Sophia Loren.
Un cenno meritano anche: “Il carabiniere a cavallo” (Italia, 1961), con un Nino Manfredi impegnato in una disastrosa luna di miele trascorsa a cercare il cavallo d’ordinanza rubatogli da una carovana nomade; “I due marescialli” (Italia, 1961), eccellente commedia all’italiana con Totò e De Sica, ambientata nei giorni successivi all’8 settembre 1943; il più impegnato “Salvo D’Acquisto” (Italia, 1975), con la buona prova di Massimo Ranieri, che ricorda il sacrificio del brigadiere dell’Arma, in cambio della salvezza di dieci persone; “I due Carabinieri” (Italia, 1984) di Carlo Verdone, con l’accoppiata Verdone-Montesano, tra imprese che il personaggio interpretato da Montesano vede come “Starky & Hutch”, ma che Verdone teme siano più alla “Stanlio & Ollio”, come effettivamente finisce con l’essere. Concludo con una delle più belle pellicole italiane degli ultimi venti anni, “Il ladro di bambini” (Italia/Francia, 1992) di Gianni Amelio, con Enrico Lo Verso ed i giovanissimi Valentina Scalici e Giuseppe Ieracitano; storia di un giovane carabiniere calabrese che deve accompagnare in un orfanotrofio l’undicenne Rosetta, prostituta per volere della madre, ed il fratellino Luciano, lungo un viaggio per l’Italia che sembra riportare al miglior neo-realismo, meritandosi tanti premi, come quello della giuria a Cannes.
Dell’Arma dei Carabinieri si è interessata non poco la fiction televisiva con le fortunatissime serie de ”Il Maresciallo Rocca”, interpretato da Gigi Proietti. In tempi ancora più recenti, invece, è da segnalare un’altra fiction, stavolta per Mediaset, intitolata semplicemente “Carabinieri”, dagli scarsi contenuti, con – in ogni serie – delle bellissime quanto inattendibili donne (Arcuri, Canalis, etc.) costrette (anche fisicamente) in divise che proprio non le stanno!!
Anche per i Carabinieri, come per gli avvocati, i magistrati, i giudici, di cui abbiamo parlato, vale il comune denominatore dell’affermazione e della difesa del bene più importante di una società: la conoscenza ed il rispetto delle leggi nel segno di una convivenza civile. Bene fanno il cinema e la fiction tv a raccontare queste figure professionali attraverso storie di casa nostra, qualche volta sorridendo, più spesso facendo pensare.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin