Una visione Differente

Doppio Amarcord: Ingrassia e Fellini

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Ciccio Ingrassia resterà nella storia del cinema italiano non solo per le farse interpretate accanto a Franco Franchi, o per le parodie come L'ESORCICCIO (la cosa più divertente del film era il titolo), ma soprattutto per essere stato "nobilitato" da alcuni grandi registi in film che hanno lasciato il segno.
Basti pensare a Comencini, che lo volle nei panni della volpe ne LE AVVENTURE DI PINOCCHIO (indovinate chi faceva il gatto!)o ad Ettore Scola che gli affidò il ruolo del servitore di Sigognac ne IL VIAGGIO DI CAPITAN FRACASSA. Tuttavia, il carattere in cui a mio parere Ingrassia ha raggiunto momenti di alta poesia e di vera tragicomicità è quello che gli ritagliò addosso Federico Fellini in AMARCORD.
Come dimenticare lo zio matto che, mentre gli altri digeriscono dopo un pranzo in campagna, sale su un albero e comincia a gridare a squarciagola <<voglio una donnaaaa!!!>>.
Non so a chi venne l'idea di quella scena: se allo stregone big Federico o a Tonino Guerra, il poeta che scrisse la sceneggiatura insieme al regista...Ciò che è certo è che è una scena felliniana al cento per cento.
AMARCORD è la storia di Titta, adolescente che vive in un borgo della Romagna ai tempi del ventennio fascista. In un anno di vita - la scansione temporale è affidata alle "manine" che fluttuano nell'aria e segnalano che si è passati da una primavera a quella successiva - il giovanotto passerà attraverso il primo innamoramento e le prime, impacciate avventure sessuali; abbandonerà i pantaloni corti per indossare quelli alla zuava; vedrà il padre purgato con l'olio di ricino in quanto antifascista; e subirà una grande perdita, quella della madre, interpretata nel film da Pupella Maggio. Intorno a lui si muove un microcosmo di personaggi di provincia, tutti umanissimi e fellinianamente caratterizzati: ad esempio la Gradisca, che sogna di sposare Gary Cooper ma dovrà accontentarsi di un carabiniere, o la Volpina, bellissima creatura lunare che va in giro come un gatto randagio e alimenta i sogni erotici dei ragazzini, o il suddetto zio pazzo che ha bisogno di una femmina.
Il mito del sesso in provincia viene vissuto in una dimensione onirica, leggendaria, molto cinematografica, e questo Fellini lo aveva capito. Tanto è vero che in AMARCORD le avventure amorose vissute e quelle immaginate si confondono, e alla fine è difficile dire se sia più reale Titta che solleva l'immensa tabaccaia affidandosi più al testosterone che ai muscoli, o Michel, il bizzarro ometto che sostiene di essersi trombato in una sola notte le venti concubine di un harem.
L'aspetto più importante è come un borgo ispirato a quello nativo sia diventato talmente universale da procurare a Fellini l'ennesimo Oscar come miglior film straniero. A chi gli chiedeva come facesse ad evitare il provincialismo, Fellini rispondeva che quando le cose si ricordano (o si inventano) senza la pretesa di inviare messaggi o di essere i depositari di chissà quali verità, tutti le possono far proprie.
Insomma, parlando di questo film, nel mio piccolo voglio tributare due omaggi: il primo a Ciccio Ingrassia, ed il secondo a Federico Fellini, del quale quest'anno ricorre il decennale della morte: scommetete che, fra qualche mese, a commemorarlo ci saranno anche quelli che negli ultimi anni di vita gli impedivano di lavorare?

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Andrè Bazin