Una visione Differente

I padri del cinema italiano: ricordo di Luigi Chiarini

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Luigi Chiarini, nato a Roma nel 1900 (dov’è morto il 12 novembre 1975) da padre livornese, è colpevolmente sconosciuto ai più giovani appassionati di cinema, eccezion fatta per coloro che hanno frequentato o frequentano la prestigiosa biblioteca della Scuola Nazionale di Cinema (ex Centro Sperimentale di Cinematografia) a lui dedicata. Per anni ho acceduto alla biblioteca chiedendomi chi fosse Luigi Chiarini, e ripromettendomi, ogni volta invano, di togliermi questa curiosità. L’occasione mi è stata fornita dal ricordo che la Scuola Nazionale di Cinema (di cui era stato fondatore nel 1935) gli ha dedicato in occasione del centenario della nascita, nel corso di una serie di iniziative che hanno occupato l’arco di tempo dal 9 gennaio al 28 febbraio del 2001, chiudendo con l’edizione di un volumetto, “Luigi Chiarini 1900-1975. Il film è un’arte, il cinema è un’industria”, curato da Orio Caldiron ed edito dalla Fondazione Scuola Nazionale di Cinema. Lino Miccichè (all’epoca presidente dell’istituzione) ha ricordato la personale conoscenza di Chiarini, tracciandone il ritratto di insegnante del Centro Sperimentale (“servizio reso con grande sapienza didattica e con illuminata apertura culturale”) e quello di inflessibile direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per ben sei edizioni dal 1963, ricordando anche “le sue, talora feroci, battutacce toscane che facevano arrabbiare tanti con la coda di paglia, ma che erano sempre piene di saggezza e di verità”.
Luigi Chiarini, nipote di quel Giuseppe Chiarini che fu amico e biografo di Giosuè Carducci, collabora a vari giornali prima di occuparsi di cinema, scrivendo su “Cinematografo”, periodico dell’editore Cremonese di Roma. Dà vita, come detto, nel 1935 al Centro Sperimentale di Cinematografia (tra i primi aderenti spiccano Alessandro Blasetti, Pietro Sharoff, Corrado Tavolini). Si comincia negli scantinati della scuola media “Duca d’Aosta” di Roma, per poi trasferirsi, nel 1940, nella capiente ed elegante sede di Via Tuscolana, dove tutt’ora si trova, con il nome di Scuola Nazionale di Cinema voluto qualche anno fa da Veltroni. Ma già l’attuale governo si sta adoperando per tornare al nome originale dell’istituzione. Non c’è limite in Italia al desiderio di cambiare tutto quando ci si insedia al potere, che si sia di destra o di sinistra! Chiusa la parentesi, ricordiamo alcuni tra i primi diplomati al CSC, Alida Valli, Luigi Zampa, Michelangelo Antonioni, Pietro Germi, Andrea Checchi, Arnoldo Foà.
Nei primi anni Cinquanta, Chiarini viene relegato a posizioni un po’ meno prestigiose del CSC (dai vertici assoluti a responsabile della pubblicazione da lui fondata “Bianco e nero” e di collane editoriali edite dal Centro), tanto che - nel 1954 - decide di affiancare all’attività presso il Centro Sperimentale quella al settimanale culturale del Partito comunista “Il contemporaneo”, diretto da Carlo Salinari e Antonello Trombadori. Moltissime le pubblicazioni di Chiarini, così come le esperienze didattiche anche al di fuori del CSC. Ricordiamo quelle alla Facoltà di Magistero dell’Università di Roma ed alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa; in quest’ultimo caso si tratta di un’intuizione di Carlo Ludovico Raggianti, che si rende protagonista del primo ingresso ufficiale della disciplina cinematografica nell’università italiana, cosa che poi – dal DAMS di Bologna ad oggi – si è andata moltiplicando per numero di esperienze e di importanza. Chiarini insegna, più avanti, Storia del Cinema anche alla Facoltà di Magistero dell’Università di Urbino.
Con non poca curiosità sono andato a cercare i nastri dei cinque films girati da Luigi Chiarini, regista, trovandoli tutti tranne “Ultimo amore”. L’esordio è segnato da “Via delle Cinque Lune” (Italia, 1942), con Luisella Beghi, Andrea Checchi, Olga Solbelli, Dhia Cristiani, Teresa Franchini, Gabriele Ferzetti; tratto dal racconto di Matilde Serao “O Giovannino o la morte”, sceneggiato dallo stesso regista insieme con Barbaro e Pasinetti, i collaboratori preferiti da Chiarini. Il film è stato prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia e girato all’interno dei teatri di posa del Centro. Riuscendo a riscontrare i favori del pubblico quanto quelli della critica, il film narra la storia della Sora Teta che gestisce con piglio un banco di pegni, e che s’infrappone tra la figliastra ed il suo innamorato, rompendone la felice unione fino a rendersi responsabile del finale tragico. Narrazione cinica, e qua e là ironica, in una Roma dell’Ottocento, nella quale la Via delle Cinque Lune è solo una fantasia della Serao, esistendo solo una piazza così denominata, che è stata protagonista (nel titolo e nella storia) di un recentissimo film giallo collegato al “caso Moro”.
Per essere un autore poco prolifico, almeno dal punto di vista del numero delle regie, sorprende che il ritorno dietro la macchina da presa è dello stesso anno, con “La bella addormentata” (Italia, 1942), interpretato da Luisa Ferida, Amedeo Nazzari, Osvaldo Valenti, Teresa Franchini e Pina Piovani. Il film, tratto dall’omonima commedia di Pier Maria Rosso di San Secondo del 1919, è stato girato ancora nei teatri di posa del CSC, ma stavolta prodotto dalla Cines. Presentato il 6 settembre 1942 alla Mostra Internazionale Cinematografica di Venezia, dove ottiene un buon successo, esce sugli schermi italiani esattamente un mese dopo. Grande prova di Luisa Ferida, nei panni di un’ingenua ragazza che viene sedotta da un notaio senza scrupoli, il quale la avvia alla prostituzione, spegnendone (ecco l’”addormentata” del titolo) ogni gioia e speranza nella vita. Ambientato in una Sicilia dalla doppia faccia: cattolica e piena di ipocrisie. Convinta la critica, il pubblico non riempie le sale.
Il terzo film è “La locandiera” (Italia, 1944), liberamente tratto dall’omonima commedia di Carlo Goldoni (sceneggiato insieme con Barbaro e Pasinetti), interpretato ancora da Luisa Ferida al fianco di Armando Falconi, Osvaldo Valenti, Camillo Pilotto, Elsa De Giorgi, Paola Borboni, Gino Cervi. Ancora una produzione Cines girata in interno negli studi del CSC e per gli esterni in Veneto. Libera (forse anche troppo) riduzione della celebre commedia del 1753 di Carlo Goldoni. Mirandolina, furba e bella locandiera interpretata dalla Ferida, tiene scaltramente alla giusta distanza tre nobili corteggiatori, ma sposerà il cameriere Fabrizio. Sceneggiato ancora una volta in compagnia dei fidi Barbaro e Pasinetti, il film era in post-produzione (quindi, quasi pronto) l'8 settembre 1943. Chiarini non volle più stare nel settentrione d’Italia per i fatti storico-politici, finendo per far finire il montaggio ed il doppiaggio da altri, con risultati che rasentano il disastro. Critica freddina, pubblico glaciale.
Della sua quarta prova, “Ultimo amore” (Italia, 1947), non ho trovato il video ma solo, alcuni riferimenti bibliografici, grazie alla consultazione di atti presso la Scuola Nazionale di Cinema. Prodotto dalla Pan Film (Produttori Associati Nazionali) e distribuito dall’Enic, il film è tratto da un soggetto originale di Ettore M. Margadonna, sceneggiato dallo stesso Margadonna insieme con Rodolfo Gentile, Giuseppe De Santis, Cesare Vico Ludovici, Brunello Rondi, Mario Serandrei. La Scuola Nazionale di Cinema segnala la presenza di numerosi insegnanti ed allievi dell’allora Centro Sperimentale, da Mario Serandrei a Giuseppe De Santis, da Antonio Valente e Gino C. Sensani, da Andrea Checchi a Clara Calamai. Agli atti risulterebbe particolarmente ricordata la canzone del film “Boogie Woogie nella pioggia” di Felice Montagnini, probabilmente cantata dalla Calamai, nelle vesti della canzonettista Maria).
Il suo ultimo film, “Patto col diavolo” (Italia, 1950), è interpretato da Isa Miranda, Eduardo Ciannelli, Anne Vernon, Jacques François, Ave Ninchi, Umberto Spadaro, Annibale Betrone, Checco Rissone, Saro Urzì. Tratto da un soggetto originale di Corrado Alvaro, sceneggiato da Suso Cecchi D’Amico, Luigi Chiarini, Corrado Alvaro, Sergio Amidei, Mario Serandrei (e, seppur non menzionato nei titoli, anche da Carlo Mazzoni), narra dei durissimi rapporti tra due famiglie dell'Aspromonte, una di agricoltori e l’altra di allevatori, divisi da piccoli ma determinanti interessi economici, che risulteranno decisivi all’impedimento del matrimonio d’amore tra Marta e Andrea, fino ad arrivare all’uccisione del padre di lei in un'imboscata. Solo la morte, non per violenza,della ragazza, farà “rinsavire” le due famiglie fino alla riconciliazione, unite dai tanti dolori. Accolto meglio dal pubblico che dalla critica.
Spero di aver contribuito a ricordare ai meno giovani - che lo conoscevano - un personaggio importante della storia della cinematografia italiana, tra i protagonisti dell’intuizione della necessità di una scuola nazionale di formazione ai mestieri del grande schermo, nonché pioniere nella didattica nel nascente insegnamento universitario della “Storia e della Critica Cinematografica”, ed ai più giovani (anche non necessariamente giovanissimi) spero d’aver tolto una curiosità che, fino a qualche tempo fa, è stata anche mia.
FRANCO BACCARINI

Nota: le fonti dell’articolo sono in parte dovute alla consultazione del citato volumetto (non in commercio) “Luigi Chiarini 1900-1975. Il film è un’arte, il cinema è un’industria” (S.N.C. 2001), curato da Orio Caldiron; in larga parte sono dovute alla partecipazione diretta alle iniziative in ricordo di Chiarini da parte dell’autore dell’articolo che, inoltre, ne ha visionato appositamente materiale filmico.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
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Andrè Bazin