Una visione Differente

Io amo, tu ami... - l'amore secondo Blasetti

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L’articolo di Franco Baccarini dedicato all’amore sul grande schermo indicava in oltre 400 i film usciti in Italia, in circa un secolo, con la parola amore nel titolo. Tra questi dovrebbe rientrare Io amo, tu ami... (1961), di Alessandro Blasetti, anche perché, in quasi tutte le banche dati, è accompagnato da una specificazione messa tra parentesi: Antologia universale dell’amore. Ora, proprio di questa opera, vista il 12 gennaio scorso alla Sala Trevi di Roma, mi vorrei qui occupare. Debbo dire che da essa mi aspettavo di meno: mi ci sono accostato col piglio di chi vuole aggiungere un tassello alla conoscenza di un autore importante per il cinema italiano, soprattutto negli anni ‘30. Invece per ore, dopo la visione, si sono avvicendate nella mia mente varie immagini di questo originale documentario. Io amo, tu ami... è, come suggerisce il titolo, un film sull’amore, ma anche sulla sua rappresentazione negli spettacoli di Roma, Mosca, Londra e Parigi. Va annotato che fu il primo film italiano con riprese effettuate nella capitale sovietica: segno evidente del clima di distensione che si andava allora affermando nella scena internazionale.

Ora, il proposito del film può sembrare curioso e può far sospettare che esso si risolva in un collage di brani diversi incollati alla meno peggio. Eppure, qualche caduta non impedisce la riuscita dell’operazione, che sarebbe riduttivo liquidare come una passerella di numeri. Partiamo dal commento, che di certo non è il punto di forza del film. Esso interviene, talvolta, durante gli spettacoli, sottolineando le reazioni del pubblico, i rapporti tra le coppie che assistono in platea.

Va detto che – tra uno spettacolo e l’altro – vi sono situazioni colte dalla “vita reale” (innamoramenti in varie metropoli ecc.) o anche costruite dal regista. La voce fuoricampo le accompagna all’insegna di un umorismo e di un’ironia se vogliamo un po’ facili. Tuttavia non vi sono in ciò eccessi o punte sgradevoli, se non quando si affronta il nodo della censura e della pornografia. In questo caso, seppur in tono scherzoso si tirano fuori banalità (del tipo: se ci sono riviste con donne nude, qualcuno le compra) che potevano esserci risparmiate.

Però rispetto al ruolo della voce fuoricampo vi è un’altra osservazione da fare, su un piano diverso. Molte sono le sequenze che fanno a meno di un elemento che, nel film, è tutto fuorché sovrabbondante. Blasetti è sempre stato accorto nelle scelte linguistiche: in Io amo, tu ami… il commento non interviene troppo spesso perché la sua funzione primaria rimane quella di essere il filo conduttore tra i diversi spettacoli ripresi. Peraltro, alcuni di essi sono molto belli e ci vengono restituiti con grande intelligenza. Mi viene in mente, per esempio, il balletto delle donne in fiore, che precede la galleria dei volti femminili. Quel che conta, qui, è il rapporto tra il corpo in movimento e lo spazio. Angolazioni di ripresa, valorizzazione della profondità di campo e montaggio concorrono ad un risultato felice. Ma ci impressiona pure il balletto russo evocativo della guerra, con le sue bellissime entrate ed uscite dei ballerini dal campo visivo, con i suoi ariosi movimenti di macchina. In effetti, la scioltezza nel riprendere chi balla è una costante nel film, che ha una conferma ulteriore nel modo in cui viene resa la vorticosa danza sulla perdita della primigenia purezza dell’amore.

Ma il film ha altre frecce al suo arco. Non fanno difetto, in esso, l’erotismo e la sensualità. In alcuni brani (come quello, in realtà castigato, dello striptease in un locale inglese), la capacità di lavorare sul rapporto tra corpo e spazio si coniuga con la spinta ad inquadrare il corpo femminile senza ridurlo “a pezzi”, come invece accade nel grosso dei film di consumo di oggi.

Per non dire delle raffinatezze visive che incontriamo in diversi momenti. Si pensi ai soldati russi che cantano, puntini in un campo lungo con paesaggio invernale, vera e propria composizione pittorica. O all’inquadratura in cui si intravedono due che amoreggiano in una cabina telefonica. Qui, il fuoco dell’azione è decentrato perché la cabina è nell’ultima propaggine destra d’un paesaggio urbano. Sono piccoli piaceri dell’occhio che Blasetti ci concede senza troppo indugiare, perché la narrazione deve procedere spedita.

Certo, poi si può trovare debole l’assunto del film, suggerito qua e là dal commento ed evocato nel finale, inno all’amore universale, che supera ogni barriera, incluse quelle politico-militari di allora. Effettivamente la visione del mondo del regista non è mai stata tra le più stimolanti ed originali. Ma forse non è in essa che sta l’elemento distintivo di un film in cui la celebrazione dell’amore passa anzitutto per la forza delle immagini, segno di una sapienza tecnica che, più che in altre opere tarde di Blasetti, si è posta al servizio dell’espressione.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
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Andrè Bazin