Una visione Differente

Le schede del cinema europeo: Austria

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Vienna sorge sul Donau Kanal, che è un ramo secondario del Danubio. E’ centro internazionale di arte e punto di riferimento della cultura mitteleuropea. Ospita una delle università più antiche del mondo (fondata nel 1365), nonché diversi prestigiosi musei. E’ anche la capitale indiscussa del movimento cinematografico austriaco.
Il cinema austriaco raramente riesce a dare importanti segni, e non sono molte sono le occasioni di esportazione e di successo internazionale, tanto che sarà facile a qualsiasi lettore ricordare che l’unico prodotto austriaco di successo mondiale (per giunta si tratta di fiction televisiva, e non di un film per il grande schermo) è rappresentato da “Il Commissario Rex”. Non importante la produzione, quantitativa e qualitativa, fino al secondo conflitto mondiale. I films realizzati annualmente a Vienna sono circa sette-otto tra la fine degli anni Cinquanta e tutti i Sessanta, per poi scendere perfino a soli quattro-cinque del decennio successivo. Spesso, inoltre, si tratta di coproduzioni, prevalentemente con la Germania, ma anche con gli USA o con altre nazioni europee.
Della prima parte della storia del cinema austriaco spicca un film, di intera produzione nazionale, che è ben noto anche ai cinefili italiani. Si tratta de “Il processo” (“Der Prozess”, 1947) di Georg Wilhelm Pabst, con Ewald Balser, Ernst Deutsch e Gustav Diesel. La pellicola tratta un fatto realmente accaduto alla fine dell’Ottocento, e pur trattandosi di una delle più rilevanti produzioni dell’industria cinematografica viennese, narra una storia totalmente ungherese, quella della scomparsa di una ragazza in un villaggio lontano dalla capitale magiara, con l’opinione pubblica della piccola località e delle zone limitrofe impegnata in un pressante vociare circa la possibilità che la ragazza sia stata assassinata da qualche esponente della comunità ebraica ivi presente. Tale pista viene perseguita con tanta caparbietà e poca onestà da un commissario di polizia, impegnato politicamente in un’area di intolleranza verso tale comunità, che riesce a strappare una falsa testimonianza che va a confermare la voce popolare. Quando il peggio sembra essere inevitabile, l’intervento fermo di un potente avvocato, deputato al parlamento ungherese, dimostra l’innocenza dei presunti colpevoli. Tutte le tematiche del tempo vanno a parare sulla cronaca d’ispirazione sociale e politica, utile a toccare temi assai caldi negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.
Accantonata la fase post-bellica, il cinema austriaco cambia rotta e torna a narrare storie di casa propria, spesso legate alla grande tradizione musicale del passato, comunque di tipo più “narrativo” e meno “socio-politico”. Emblematico è il successo de “La casa delle tre ragazze” (“Das Dreimaderlhaus”, 1958) di Ernst Marischka, con Karlheinz Bohm, Johanna Matz, Magda Schneider. Il film narra del grande compositore Franz Schubert, in età giovanile ed anteriore alla grende affermazione internazionale, che a Vienna s’innamora di una ragazza alla quale impartisce lezioni di pianoforte. A lei dedica una composizione, che poi affida ad un suo collega per l’interpretazione al pubblico. Anche quest’ultimo s’invaghisce della ragazza, la quale crede che la musica dedicatale sia di questi, del quale finisce con l’accettare il corteggiamento per poi sposarlo. Franz Schubert assiste impotente a tutto questo, con dolore e rassegnazione.
L’attenzione del cinema viennese resta sui fatti di casa propria, ma si rivolge finalmente più a questioni inerenti il proprio tempo, i rapporti interpersonali che vanno cambiando (intanto, su questi temi il nostro Michelangelo Antonioni è largamente più avanti di ogni altro autore al mondo), e sotto questa luce va ricordato “Sopra e sotto il letto” (“Das Liebeskarussell”, 1965) di Alfred Weidenmann, con Catherine Deneuve, Anita Ekberg, Heinz Ruhmann e Nadia Tiller. Già il cast ci dà l’indicazione di come l’Austria inizi a guardare al mercato internazionale. Il film narra le storie (o forse sarebbe il caso di parlare di disavventure di vario tipo) di quattro coppie, il tutto diviso in altrettanti episodi, come largamente usato nella cinematografia di quegli anni.
Tra gli anni Sessanta ed i Settanta, come detto, la produzione è quantitativamente insoddisfacente per una nazione di grandi tradizioni culturali (ma mai cinematografiche) e l’impegno sul grande schermo è spesso portato avanti da registi prestati dalla fiction televisiva. Ricordiamo Georg Lhotzky con “Moos auf den Steinen” (“Musco sulle pietre”, 1969). Il solo Franz Antel, pur anziano, rappresenta l’attività dei registi cinematografici nell’Austria di quegli anni; fa piacere menzionare il pur commerciale “Der Bockerer” (“L’ostinato”, 1981).
Dagli anni Ottanta ad oggi, la produzione ha preso a salire quantitativamente (almeno una quindicina di pellicole all’anno, che per meglio rendere l’idea sono sempre lontanissime dalle circa cento della nostra Italia, che è pure scesa di molto rispetto al periodo che va dalla fine degli anni Quaranta alla metà dei Settanta) e a dare qualche segno qua e là di ripresa anche qualitativa. Parte del merito va alla nascita, pur tardiva, di un impegno statale verso l’industria cinematografica, un po’ come in uso da molti decenni in quasi tutto il mondo, alcuni paesi dell’Asia e dell’Africa inclusi.
Del 1991 è “Amiche in attesa” (“Waiting”) di Jackie Mc Kimmie, con Debora-Lee Furmess, Noni Hazlehurst e Frank Whitten. Produzione interamente viennese, anche se con regista e vasta parte del cast stranieri, la commedia racconta la storia, ambientata in Australia, di quattro amiche: Clare, che non può avere figli; Sandy, cui la prima chiede di procreare per suo conto; Diane, in carriera nel campo della moda; Therése, regista di documentari. Attorno a loro c’è tutto un girare di uomini che non riescono ad avvicinarsi alle quattro ragazze che vivono un legame molto stretto, di reciproci aiuti ma anche di qualche ferita inferta.
Una nuova generazione di autori (più documentaristi che realizzatori di lungometraggi di fiction) arricchisce la scena nazionale negli ultimi venti anni. Si va da Ketty Kino ad Hans Scheugl, da Angela Summereder a Valie Export, da Christian Berger a Klaus Emmerich, da Peter Patzak a Ruth Beckermann, unici eredi di quell’avanguardia degli anni Settanta, con Kubelka e Lauscher su tutti, che aveva rappresentato l’unico momento di rilievo nel panorama della celluloide a Vienna. In molti lavori, che sanno guardare al cuore della vita nazionale di tutti i giorni, si lavora introspettivamente alla ricerca di elementi di critica della società e di disegno del quadro del disagio generazionale. Facciamo cenno solo a “Trokadero” (“Trokadero”, 1981) di Emmerich ed a “Raffl” (“Raffl”, 1985) di Berger.
Di questi ultimi anni spicca (anche per la popolarità acquisita alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia) “Funny Games” (“Funny Games”, 1997) di Michael Haneke, con Aro Frish, Frank Giering, Susanne Lothar e Ulrich Muehe. Un thriller ambientato in un villino di campagna, sul lago, dove alcune persone della buona borghesia trascorrono i loro periodi di riposo dalle attività e dagli stress cittadini. L’arrivo di alcuni ospiti, apparentemente tranquilli e borghesi come loro (parrebbero altrettanto banali) mette in moto una violenza da horror all’interno della piccola villa. Si è trattato di un autentico caso cinematografico della stagione 1997-1998.


Tra le fonti documentali:
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 32/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 33/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti sul rapporto cinema letteratura nell’ultima stagione cinematografica 1994-95” di Franco Baccarini, pubblicato sul n. 19/1995 de “Il filo rosso”;
“Storia del Cinema” (Vol. III) di Goffredo Fofi, Morando Morandini e Gianni Volpi (Garzanti – Milano, 1995);
“Il Dizionario dello Spettacolo”a cura di Felice Cappa e Piero Gelli - Baldini & Castoldi, Milano 1998;
“Libera la gioia - Guida all'Attenzione Annuale 1999-2000”, edito nel 1999 dal Settore Giovani dell’A.C.;
le schede dell’archivio dell’Ass. Cineautori Indipendenti, curate da Franco Baccarini.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin