Una visione Differente

Le schede del cinema europeo: Belgio

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Il cinema belga, come qualsiasi altra forma di spettacolo, d’arte e cultura in generale, risente di una sorta di “doppia vita”: quella fiamminga e quella francofona. Fino ai primi anni Sessanta il cinema belga dà pochi segni di vita, con pochissime produzioni annue, legate prevalentemente al documentarismo. Come in molti altri paesi, il lancio dell’industria cinematografica nazionale avviene a partire dalla legge, nel 1964, con cui lo Stato si impegna a finanziare parte dei progetti cinematografici più interessanti e meritevoli. Unico lampo, nel grigiore generale del periodo anteriore a questa legge, risulta essere quello di Paul Meyer, di cui parleremo poco più avanti.
Poco inclini, per loro stessa natura, allo studio dei comportamenti sociali nazionali, i registi belgi sono più portati per documentari, fiction fantasiose ed appesantite da fardelli da drammone letterario, ed altro ancora. Per lo meno, appaiono vivaci François Weyergans ed il belga di origini tunisine Marcel Hanoun, ma la cinematografia belga non offre di più. Anche gli autori che decidono di affrontare i temi di casa, lo fanno in maniera semplicistica, deludente, come fossero compitini scolastici. Tra di esse, segnaliamo almeno quelli più noti, presenti anche sui volumi di studio di Storia del Cinema: Emile Degelin, Jacques Boigelot e Luc de Heusch.
Per arrivare ad un regista degno della fama internazionale acquisita negli anni, si deve arrivare al “realista” fiammingo André Delvaux, di Lovanio. Stessa notorietà e stima mondiale l’avranno poi soltanto i fratelli Dardenne, di diversi decenni più giovani di Delvaux. I due fratelli hanno cominciato la loro carriera già negli anni giovanili, con dei documentari sperimentali, arrivando – poi – al grande successo nel lungometraggio alla metà degli anni Novanta.
Passiamo in rassegna, come sempre, alcuni dei titoli più rappresentativi della cinematografia belga.
“Già vola il fiore magro” (“Déjà s'envole la fleur maigre”, Belgio – 1960) di Paul Meyer. Una citazione del nostro grande poeta Salvatore Quasimodo è alla base del titolo di questo film che narra, non a caso, qualcosa di italiano, vale a dire l’arrivo in Belgio di una famiglia di immigrati dalla venuti Sicilia per lavorare in miniera. Più che un film, un documentario senza attori professionisti, ma con abitanti ed operai veri e propri. I temi operai dettero fastidio al governo belga dell’epoca. Così, dopo un’uscita assai ben accolta dalla critica, il film venne ritirato e poté uscire nuovamente solo alla metà degli anni Novanta! Da apprezzare la poesia non retorica con cui Meyer affronta le delicate tematiche trattate, nonché il perfetto uso del bianco e nero.
“Una sera... un treno” (“Un soir, un train”, Belgio/Francia – 1968) di André Delvaux, con Yves Montand, Anouk Aimée, Adriana Bogdan, Hector Camerlinck. Tratto dall’omonimo racconto di Johan Daisne, il film più fortunato (meritatamente!) di Delvaux inizia in piena campagna belga, dov’è fermo un treno all’interno del quale stanno litigando un professore di Lettere e la sua donna. donna amata si ritrovano in un treno che si ferma in aperta campagna. Dal realismo di Delvaux alla magìa che, comunque, è un’altra caratteristica congeniale al maestro belga. Il protagonista scende dal treno (fin lì, il realismo) e finisce in un’altra storia, affascinante ma da incubo, ma che di reale non ha più nulla, in quanto si tratta solamente di un suo delirio. Bravissimi Montand e la Aimée.
Concludiamo con i fratelli Dardenne, citando il film che ha dato loro la popolarità internazionale e – a seguire – quel “Rosetta” che gli ha dato la successiva consacrazione.
“La promesse” (“La promesse”, Belgio/Francia/Tunisia/Lussemburgo – 1996) di Jean-Pierre e Luc Dardenne, con Jérémie Renier, Olivier Gourmet, Assita Ouedraogo, Rasmane Ouedraogo, Hachemi Haddad, Florian Delain, Sophie Leboutte, narra di un intreccio di storie di immigrati clandestini a Liegi e dintorni, quindi, nel meridione belga, la parte più povera e difficile del paese. Delinquenza, presa di coscienza di sé, redenzione, il tutto senza alcuna retorica, anzi, con quello stile freddo e per certi versi distaccato di chi viene dal documentario più crudo.
“Rosetta” (“Rosetta”, Belgio/Francia – 1999) di Jean-Pierre e Luc Dardenne, con Emilie Dequenne, Fabrizio Rongione, Anne Yernaux, Olivier Gourmet. Storia di Rosetta che vive nel disagio di uno squallido campeggio, insieme con la madre che si prostituisce, unica entrata per la disgraziata famigliola. La ragazza tenta quotidianamente di trovare un lavoro in città, per sé e per togliere la madre da quella situazione, ma la fortuna non l’assiste; nel migliore dei casi trova un lavora che dura un giorno o poco più. Cercando un lavoro cerca anche una casa, una famiglia sua, un amore, una vita normale; lei lotta contro l’emarginazione. Palma d’Oro a Cannes nel 1999 (seppure non poco contestata), meritatissimo quanto meno il premio all’attrice Emilie Dequenne.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin