Una visione Differente

Le schede del cinema europeo: Polonia

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Questa scheda del cinema europeo è dedicata alla Polonia. La capitale, Varsavia, affacciata sulla Vistola, sopra la confluenza del Bug, con i suoi 1.700.000 abitanti è il vero centro culturale (e, di conseguenza, cinematografico) del paese, non trattandosi del classico caso di mera capitale amministrativa, come nei casi di Praga e di Budapest.
Fino agli anni Cinquanta, il cinema polacco è scarsamente degno di nota per quantità e qualità delle proposte offerte. Un certo clima di emulazione della “nouvelle vague” francese fornisce qualche prodotto concomitante al citato movimento, come le prime opere di Tadeusz Konwicki, a cominciare da un mediometraggio, “Ostatni dzien lata” (“Ultimo giorno d’estate”), segnato da una ricchezza ideativa e da innovazioni narrativo-cinematografiche tanto quanto da una povertà di mezzi economici e tecnici a disposizione. Accanto a Konwicki, lo sceneggiatore Jerzy Stawinski svolge una forte azione di sviluppo del cinema d’autore negli ambienti di Varsavia. I due autori, ancor prima che registi, sono scrittori di narrativa e sceneggiatori, ed al fianco di un impegno per la costituzione di un cinema nazionale d’autore – di forte riconoscibilità anche all’estero (cosa fin lì risultata impossibile) – portano avanti un’altra battaglia, quella della valorizzazione dello “script” e dell’indipendenza creativa degli sceneggiatori nei confronti di registi e produttori. Fiorisce all’inizio degli anni Sessanta una rivoluzionaria scuola di giovani registi (quasi sempre anche sceneggiatori), formatisi principalmente nelle scuole cinematografiche di Varsavia e di Lodz: da Andrzej Wajda al discusso Roman Polanski, da Walerian Borowczyk a Jerzy Skolimowski. Tutti così diversi tra loro ma uniti da due denominatori comuni: il fatto di non nascere solamente come autori cinematografici (ma anche come scrittori o grafici, ma perfino architetti e pittori), e l’aver compiuto (dopo la formazione teorica svolta nelle citate scuole di formazione in Polonia) una formazione pratica in Francia. Inutile sottolineare come quest’ultimo fattore, comune a tanti autori polacchi, sia dovuto alla difficilissima convivenza con il regime comunista che, come tutti i totalitarismi d’ogni credo politico, pretende di sovrintendere ad ogni scelta, creativa o produttiva che sia.
Gli anni ’70 sono, per lo più, quelli delle produzioni estere e, spesso, dei successi internazionali per molti registi polacchi. Il decennio successivo, vissuto al fianco dell’esperienza politica di Solidarnosc, segna il ritorno all’attenzione verso i temi interni alla nazione, alle proprie condizioni di vita, alla propria delicata fase politica e sociale, alla propria cultura. Jerzy Stuhr, ad esempio, è direttamente impegnato in Solidarnosc, ed i ben noti giorni di sciopero e di lotta dell’agosto del 1980 agli stabilimenti industriali Lenin di Danzica danno vita al film, pressoché documentaristico “Robotnicy ‘80” (“Operai ’80”), firmato da due amici e colleghi di Stuhr, Zajaczkowski e Chodakowski. Di questa generazione di cineasti polacchi, spiccano nomi che si impongono ben presto nel panorama cinematografico internazionale, come Krzysztof Kieslowski e Krzysztof Zanussi. L’ultimo decennio del cinema di Varsavia cammina parallelamente alle delusioni del popolo: il crollo dei valori di Solidarnosc, il comportamento discutibile della nuova generazione politica e del clero locale. La fuga verso l’Occidente, Italia e nord-America in testa.
Del 1962 è uno dei più grandi successi di Andrzej Wajda, “Ingenui perversi” (“Niawinni czarodsieje”), film di introspezione psicologica interpretato da Tadeusz Lomnicki e Krystyna Stypulkowska. Lui è un medico e lei una ragazza di provincia. Sconosciuti fino alla notte in cui, incontratisi a Varsavia, lei finisce – quasi senza rendersene conto – a casa di lui. Non succederà nulla tra i due, e lei se ne andrà via all’alba, mentre lui ancora dorme. Al risveglio, egli comincerà a cercarla disperatamente per tutta la città, fino a ritrovarla; e, stavolta, sarà per sempre.
“Illuminazione” (“Illuminacja”), del 1972, è uno dei primi – e più convincenti – film di Krzysztof Zanussi, con Monika Denisiewicz, Stanislaw Latallo e Malgorzata Pritulak. Latallo interpreta il ruolo di uno studente che resta particolarmente scosso dalla scomparsa del suo punto di riferimento negli studi, un noto professore di matematica. Dallo shock esce solamente grazie ad un ulteriore impegno negli studi prima, nella professione poi. Una malattia cardiaca bloccherà i suoi intenti di porre al servizio della gente la sua opera di fisico oramai affermato. Al regista è già caro, all’epoca, il tema della scienza posta al servizio dell’umanità.
Wajda torna al grande successo di critica internazionale nel 1976 con “L’uomo di marmo” (“Czlowick z marmuru”), con Krystyna Janda ed il suo attore prediletto, Tadeusz Lomnicki. Narra la storia di una ragazza, studentessa in regia, alle prese con scomodi documentari sulla vita operaia.
Krzysztof Kieslowski conquista la massima attenzione da parte della critica internazionale e dei cinefili di ogni parte del mondo, con due opere “seriali”, assai particolari. La prima di esse è “Il Decalogo”, composta da dieci mediometraggi di circa un’ora l’uno, tutti di produzione polacca e girati nel 1988, in una sorta di rivisitazione in chiave contemporanea dei “Dieci Comandamenti”. Molti i temi coraggiosamente trattati: dalla lotta contro l’aborto (nel secondo episodio, magistralmente interpretato da Krystyna Janda) al tradimento coniugale (Arthur Barcis ed Ewa Blaszczyk nel nono episodio), e via discorrendo. Il tutto viene condito con le suggestioni intimistiche che si servono dello scenario di Varsavia, una volta vista con gli occhi di una ragazza americana di origini polacche (episodio n. 8) ed un’altra volta nel freddo e nella desolazione di un triste Natale (episodio n.3). L’altra opera seriale di Kieslowski è la trilogia “Tre colori”, dedicata dal regista alla Francia, sua “seconda patria”, ed è difatti composta dai tre colori della bandiera della nazione che ha dato ampia ospitalità al regista polacco: “Film blu” (“Trois couleurs: bleu”, 1993) con Juliette Binoche; “Film bianco” (“Trois couleurs: blanc”, 1994) con Julie Delpy ed il collega del regista, Jerzy Stuhr, qui nelle vesti di attore; “Film rosso” (“Trois couleurs: rouge”, 1994) con una coppia di protagonisti in stato di grazia, Jean-Louis Trintignant e Irène Jacob. Tale trilogia è principalmente di produzione francese, ma con partecipazioni polacche e svizzere. L’ultimo episodio è quello al quale mi accosto con il maggior affetto, sin dalla prima visione avvenuta durante i primi giorni di distribuzione italiana del film (colpevolmente ignorato dalla giuria di Cannes), nella sala Alcazar del caratteristico quartiere romano di Trastevere.



Tra le fonti documentali:
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 32/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 33/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti sul rapporto cinema letteratura nell’ultima stagione cinematografica 1994-95” di Franco Baccarini, pubblicato sul n. 19/1995 de “Il filo rosso”;
“Storia del Cinema” (Vol. III) di Goffredo Fofi, Morando Morandini e Gianni Volpi (Garzanti – Milano, 1995);
“Il Dizionario dello Spettacolo”a cura di Felice Cappa e Piero Gelli - Baldini & Castoldi, Milano 1998;
“Libera la gioia - Guida all'Attenzione Annuale 1999-2000”, edito nel 1999 dal Settore Giovani dell’A.C.;
le schede dell’archivio dell’Ass. Cineautori Indipendenti, curate da Franco Baccarini.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
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Andrè Bazin