Una visione Differente

Le schede del cinema europeo: Repubblica Ceca

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Praga, comunemente considerata una delle più affascinanti e romantiche città del mondo, è la capitale della Repubblica Ceca (che insieme con la Slovacchia aveva formato fino al dicembre del 1992 la Cecoslovacchia), è bagnata dalla Moldava, ed è di gran lunga il principale centro di riferimento nazionale sia dal punto di vista economico-commerciale che da quello artistico e culturale, cinematografico compreso.
Così come per la Polonia, anche per l’ex Cecoslovacchia si può far risalire alla fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta l’avvento di una cinematografia nazionale avente riconoscibilità ed attenzioni internazionali. Per tutti gli anni ’60 il cinema non può non seguire i drammatici avvenimenti socio-politici dell’est europeo, dall’erezione del muro di Berlino agli accadimenti più strettamente interni, come quelli dei moti dei primi mesi del 1968 finiti con la dura repressione armata del regime sovietico nel mese di agosto dello stesso anno. Sin dagli inizi della sua storia, l’industria cinematografica cecoslovacca si può facilmente distinguere in due scuole: quella ceca di Praga e quella slovacca di Bratislava. Alla prima si rifanno autori quali Jan Nemec, Jiri Menzel, Ivan Passer e, su tutti, Milos Forman; alla seconda, invece, Stefan Uher, Peter Solan, Martin Holly e Jurai Jakubisko. La scuola praghese è sin da subito capace di produrre circa trenta film l’anno, circa il triplo di quanto riesce agli slovacchi. A titolo di curiosità e di completezza di informazione, va detto che le due citate scuole di cinema, internazionalmente note come quelle di Praga e di Bratislava, sono in realtà legate a due località minori, ad esse legate per vicinanza geografica e per comunanza (se non dipendenza) di interessi culturali, e si tratta rispettivamente di Barrandov e Koliba. Trattando qui della scuola praghese, quindi di Barrandov, non si può prescindere dal legame che essa ha con il celeberrimo scrittore boemo Franz Kafka, autore nei primi decenni del Novecento di opere quali “La metamorfosi” ed “Il processo”. Il filo rosso che unisce tra loro tutte le opere dello scrittore praghese è rappresentato dalla colpa e dalla condanna. Sovente, i protagonisti delle opere di Kafka vengono improvvisamente colti da un senso di colpa fino allora sconosciuto o represso, ed avvertono pesare sulle loro spalle una condanna provenire da un’entità imprecisabile, che nega loro ogni possibilità di felicità, di libertà, di serenità. Su questi temi kafkiani si rifà la cinematografia di Jan Nemec (“I diamanti della notte”, 1964; “Gli invitati e la festa”, 1966), Pavel Juracek (“Un tipo da aiutare”, 1963; “Il caso del boia debuttante”, 1969), Jan Schmidt (“Fine d’agosto all’Hotel Ozon”, 1966) ed altri ancora. In quegli anni la nuova svolta della scuola praghese passa per i giovani Milos Forman (classe 1932) e Jiri Menzel (nato nel 1938). Dall’osservazione della vita e della situazione sociale e politica locale, il primo finisce con il conoscere il grande successo mondiale trasferendosi ad Hollywood, mentre il secondo resta fedele alle tematiche regionali, divenute nazionali dal momento della scissione tra cechi e slovacchi. La situazione attuale vede impegnato in patria, al fianco di Menzel, l’ex collaboratore fedele di Forman, Ivan Passer, oltre alle nuove generazioni che, però, stentano ad affermarsi, ad eccezione di Zoro Zahon, Dusan Hanak, Dusan Trancik e Jan Hreibek.
Anche per la Praga del cinema, passiamo in rassegna alcuni dei film piĂą significativi della sua storia.
“L’asso di picche” (“Cerny petr”), del 1963, è uno dei primi successi di Milos Forman. La pellicola, interpretata da Ladislav Jakim e Pavla Martinkova, è una commedia (di buon successo commerciale e di alto riscontro presso la critica) che vede protagonista un giovanissimo operaio, alle prese con il suo difficile quotidiano, fatto di lavoro duro e di problemi familiari, di sogni e di delusioni, nell’insicurezza comune a tutta la gioventù dell’allora Cecoslovacchia.
“Gli amori di una bionda” (“Lasky jedne plavovlasky”), sempre di Forman, è del 1965. Vede protagonisti la bella Jana Brejchova e Vladimir Pucholt. Segue il filone “operaio” del regista, ma senza raggiungere i livelli, forse mai eguagliati, del film precedente. Pucholt veste i panni di un ragazzo praghese che conosce una giovane operaia in una cittadina della provincia boema. Lei si concede facilmente a lui e, convinta di dare una svolta decisiva alla sua monotona vita di operaia di provincia, priva di sbocchi, lo segue a Praga. Ma lui, complici i suoi genitori, prenderà a trattarla con sufficienza e superiorità. Lei tornerà nella sua cittadina ed al solito lavoro in fabbrica, raccontando alle amiche e colleghe le sue avventure praghesi, tutte rigorosamente inventate.
Milos Forman lascia il paese, trasferendosi negli Stati Uniti, ed iniziando la sua stagione di grandi successi internazionali. Basti ricordare “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (“One Flew over the Cuckoo’s Nest”), del 1975, con Jack Nicholson, pluripremiato agli Oscar; e “Amadeus” (1984), con F. Murray Abraham, altro film con il quale fa incetta di statuette.
L’opera cinematografica di Forman verrà proseguita in patria da Jiri Menzel, del quale piace ricordare “Il mio piccolo villaggio” (“Vesnicko ma strediskova”), del 1985, con Janos Ban, Petr Cepek e Marian Lauda. Vita di villaggio, con la gente più comune che si possa immaginare, della quale la mano di Menzel sa pennellare magistralmente i tratti psicologici. Ancora una volta messe in rapporto Praga (la capitale vista come grande sogno lontano) ed i personaggi semplici della provincia rurale.
Dal momento della scissione tra Repubblica Ceca e Slovacchia, una pellicola di riferimento della scuola praghese può essere considerato “Divided we fall” (“Musive si pomahat”), del 2000, uscita anche in Italia, pur con il titolo inglese utilizzato per l’intera distribuzione internazionale. Diretto da Jan Hreibek ed interpretato da Jaroslav Dusek, Martin Huba e Anna Siskova, il film ripercorre la fase finale del secondo conflitto mondiale, visto con gli occhi degli abitanti di un piccolo centro agricolo. C’è un po’ di tutto: commedia e dramma. Una certa spensieratezza utile a sopravvivere in momenti difficili, e paura per il presente ed il futuro. Quindi, la gioia per la fine della guerra, ma con essa altri dolori, nel perenne gioco di luci ed ombre della vita.


Tra le fonti documentali:
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 32/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 33/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti sul rapporto cinema letteratura nell’ultima stagione cinematografica 1994-95” di Franco Baccarini, pubblicato sul n. 19/1995 de “Il filo rosso”;
“Storia del Cinema” (Vol. III) di Goffredo Fofi, Morando Morandini e Gianni Volpi (Garzanti – Milano, 1995);
“Il Dizionario dello Spettacolo”a cura di Felice Cappa e Piero Gelli - Baldini & Castoldi, Milano 1998;
“Libera la gioia - Guida all'Attenzione Annuale 1999-2000”, edito nel 1999 dal Settore Giovani dell’A.C.;
le schede dell’archivio dell’Ass. Cineautori Indipendenti, curate da Franco Baccarini.

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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin