Parlare di cinema rumeno equivale a trattare di un’industria nata nell’immediato ultimo dopoguerra, della quale si può indicare perfino una data precisa, quella del 1948, anno in cui avviene la statalizzazione delle piccole società di produzione già esistenti. Una manovra decisiva in positivo come lo sarà - nel 1972 - quella inversa, della decentralizzazione in cinque strutture indipendenti, la principale delle quali sarà la Cinecittà di Bucarest, ovvero sia gli studi Buftea. Si arriverà , con gli anni Ottanta, a raggiungere la trentina di films prodotti ogni anno.
Da un punto di vista tecnico e culturale non si può non prendere in considerazione la Romania a partire dalla sua prima grande firma registica, quella di Liviu Ciulei. Regista, ma anche attore e scenografo, nato a Bucarest nel 1923, dirige per tutti gli anni Sessanta il Teatro Sturdza Bulandra della capitale rumena, del quale diverrà poi, in questi ultimi anni, il direttore onorario. Raffinato ed apprezzato architetto, dopo alcune esperienze da interprete, dà una spinta innovativa alla professione di regista cinematografico in patria. S’impone ben presto, finendo con il lavorare un po’ in tutto il mondo: in Italia, Germania, Australia, Canada e USA, dove nei primi anni Ottanta dirige il prestigioso Guthrie Theatre di Minneapolis. Quindi, esperienze cinematografiche e teatrali, di regista e di direttore artistico, ed altro ancora. In qualità di regista di film, è bene ricordarlo a partire da “Padurea spinzuratilor” (“La foresta degli impiccati”, 1965), premiato a Cannes proprio per la regìa. Il suo cinema raffinato e ben strutturato da un punto di vista del disegno del tratto psicologico dei protagonisti, apre nuovi orizzonti al cinema rumeno, seguito subito da un’altra importantissima figura del cinema nazionale, Lucian Pintilie (nato a Tarutino, oggi facente parte del territorio ucraino, nel 1933). Anch’egli nato artisticamente in teatro, ha poi firmato – e lo fa tuttora – fondamentali opere per il cinema rumeno. Proprio nell’anno dell’affermazione di Ciulei a Cannes, 1965, Pintilie s’impone all’attenzione della critica e del pubblico più attento con “Duminica la ora sesa” (“Domenica alle sei”), premiato al festival argentino di Mar del Plata, per poi bissare il successo con “Reconstituirea” (“La ricostruzione”, 1969). “Duminica la ora sesa” è un po’ uno dei primi figli rumeni della nouvelle vague francese, e non a caso ricorda un po’ Resnais, e non solo. Narra una storia d’amore e, soprattutto, di guerra nei primi anni Quaranta. Dopo questo convincente esordio, Pintilie tornerebbe già due anni dopo, ma altri due anni ci vorranno prima che la censura comunista si decida a far uscire “Reconstituirea”. Storia di due studenti sospettati per una rissa in un locale pubblico, convinti dal giudice che li processa ad accettare - come unica pena - di ricostruire i fatti per un film educativo (ma misteriosamente uno dei due finirà ucciso), rappresenta un’originale riflessione circa la presunta verità rappresentata sugli schermi, sull’ambivalenza di qualunque ricostruzione artefatta del reale, ed al contempo è un invito a rimanere ben piantati sul reale fuori da schemi, tesi e visioni precostituite ed abilmente telecomandate dall’alto.
Alcuni dei films più importanti della carriera di Pintilie sono anche tra i più rappresentativi di tutto il cinema rumeno: “Un été inoubliable” e “Terminus Paradis”, che già dai titoli tradiscono la presenza francese che da un certo punto in poi caratterizza la vita e la professione di Pintilie. Egli, comunque, pur se oramai parigino di adozione, non rinnega mai il proprio paese, del quale resta tuttoggi un faro per le nuove generazioni di cineasti. Molte sue pellicole, negli ultimi decenni, sono coproduzioni franco-rumene. “Un été inoubliable” (“Un’estate indimenticabile”, 1994), diretto da Pintilie che si serve dell’interpretazione di Claudio Bleont e Krtisin Scott Thomas, è ambientato nella Romania degli anni Venti. Come già avuto modo di ricordare sulle pagine de “Ilfilorosso” <si tratta di una storia vera, scritta da Petru Dumitriu che altri non è che il figlio dei due protagonisti della vicenda: il capitano Petre Dumitriu e la sua bellissima moglie. La donna rifiuta il corteggiamento di un generale, cui il marito è alle dirette dipendenze. Quest’ultimo, per vendetta del generale, viene spedito con la famiglia nelle zone più calde di quel periodo. Ne nasce una serie di avventure che sfociano in un’estate drammatica ed indimenticabile, quella del 1925>.
“Terminus Paradis” (“Terminus Paradis”, 1998), interpretato da Costel Cascaval, Dorina Chiriac, Victor Rebengiuc, Razvan Vasilescu, Gheorghe Visu. Ambientato nella Bucarest dello stesso anno in cui il film è stato girato, narra la storia di una cameriera, Norica, che vive con il rozzo proprietario del locale presso cui lavora. Di lei s’invaghisce Mitou, che per averla uccide il suo uomo. Scappano in cerca di fortuna, ma nulla sarà facile. Presentato a Venezia nel settembre del ’98, rappresenta uno spaccato dello sbando in cui versa l’est europeo del post-comunismo, che non è fatto di rose e fiori come nelle speranze e nelle promesse ricevute.
Dietro a Ciulei ed a Pintilie nasce e cresce una nuova generazione di autori a Bucarest e nel resto della Romania: Iulian Mihu, Mircea Dragan, Mircea Muresan, Mircea Sà ucan ed Andrei Blazer; quest’ultimo esploso quasi contemporaneamente a Ciulei e Pintilie, con l’intimista “Diminetile unui baiat cuminte” (“Le mattinate di un bravo giovane”, 1966), senza poi riuscire a ripercorrere le carriere degli altri due registi.
Punte di diamante della più recente scuola cinematografica rumena sono senz’altro Dan Pita e Mircea Veroiu, i quali hanno in comune la pellicola d’esordio, gentile”, 1974), “Concurs” (“Concorso”, 1982) e “Pais in doi” (“Paso doble”, 1985) premiato nell’86 a Berlino. Per Veroiu, dichiaratamente ispiratosi a Visconti, vanno ricordati “Dincolo de pod” (“Al di là del ponte”, 1976), “Sa mori ranit din dragoste de viata” (“Morire per amore della vita”, 1982) e “Adela” (“Adela”, 1984). Di eguale importanza della citata accoppiata di registi, vi sono Mircea Daneliuc e Radu Mihaileanu. Daneliuc si è imposto con “Cursa” (“La corsa”, 1976), dura cronaca di una giornata di due camionista e una ragazza che deve raggiungere a Bucarest il proprio amante; da ricordare anche “Proba de microfon” (“Prova di microfono”, 1980) e “Glissando” (“Glissando”, 1984). Radu Mihaileanu ha riscosso un notevole successo anche in Italia, forse come nessun altro rumeno negli ultimi decenni, con “Train de vie” (“Traine vie – Un treno per vivere”, 1998), interpretato da Lionel Abelanski, Bruno Abraham-Kremer, Agate De La Fontaine, Clément Larari e Rufus. Ambientato in un piccolo villaggio ebreo nell’est europeo, nell’estate del 1941, vede il classico “matto del villaggio” avere l’idea vincente per mettere tutti in salvo dai nazisti: organizzare un treno, travestirsi alcuni da nazisti ed altri da deportati, e raggiungere la salvezza. Alla sua seconda prova per il grande schermo, Mihaileanu costruisce una sceneggiatura in perfetto equilibrio tra commedia e dramma, riuscendo senza sforzo a far ridere e pensare e dimostrando una volta di più la pretestuosità di certe polemiche sulla presunta inopportunità di parlare in chiave divertita di uno dei maggiori orrori della storia umana. Fiabesco e commovente pieno di trovate irresistibili e di momenti di poesia. Ridere con la Shoah? Sì, se nell'alternanza di gags e commozione si spendono parole finalmente non banali sull'identità ebraica e l'apocalisse dell'umanità ”. Si è detto molto sul fatto che Mihailehanu aveva pensato a Benigni per una parte in questo film, e che forse l’attore e regista toscano abbia tratto spunto da questo invito per dar vita al suo pregiatissimo “La vita è bella”; Mihailehanu ha sempre evitato di fare polemiche ed ha pubblicamente affermato di apprezzare Benigni ed il suo film. Fatto sta che per alcuni il film del regista rumeno è probabilmente superiore a quello del nostro grande comico. Il 1° agosto 2003 esce l’ultimo lavoro di Mihaileanu, “Ricchezza nazionale”, con Yves Verhoeven, Stephane Rideau e Sonia Rolland. Il film narra la storia di Marc ed Olivier che partono per l’Africa alla ricerca di pigmei da portare a Parigi per il nuovo film di un regista italiano. Non sarà un’impresa facile. Impareranno, però, molte cose sulla cultura indigena, perdendo presto il controllo della situazione, dando vita ad un’avventura stravagante e commovente.
Tra le fonti documentali:
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 32/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti di viaggio cinematografico” di Franco Baccarini, sul n. 33/2002 de “Il filo rosso”;
“Appunti sul rapporto cinema letteratura nell’ultima stagione cinematografica 1994-95” di Franco Baccarini, pubblicato sul n. 19/1995 de “Il filo rosso”;
“Storia del Cinema” (Vol. III) di Goffredo Fofi, Morando Morandini e Gianni Volpi (Garzanti – Milano, 1995);
“Il Dizionario dello Spettacolo”a cura di Felice Cappa e Piero Gelli - Baldini & Castoldi, Milano 1998;
“Libera la gioia - Guida all'Attenzione Annuale 1999-2000”, edito nel 1999 dal Settore Giovani dell’A.C.;
le schede dell’archivio dell’Ass. Cineautori Indipendenti, curate da Franco Baccarini.














