Passiamo in rassegna alcuni film significativi di questa cinematografia.
“L'ultima speranza” (“Die letzte Chance”, Svizzera – 1945) di Leopold Lindtberg, con Ewart G. Morrison, John Hoy, Ray Reagan, Luisa Rossi, Eduardo Masini, Romano Calò, Tino Erler. Il miglior film di Lindtberg, tra impegno politico e denuncia sulle follie della guerra. Narra la storia di due prigionieri di guerra che fuggono in Italia, evitando miracolosamente il treno che dovrebbe condurli in Germania e, con ogni probabilità, alla fine delle loro vite. Una volta in Italia, tentano di superare la frontiera svizzera, unendosi – strada facendo – ad altre anime disperate (uomini, donne, bambini, anziani) di ogni dove (est europeo, etc.). Un prete italiano li aiuta a superare la frontiera verso l’agognata salvezza in una nazione che viene immaginata, anche per il suo ruolo pacifista anti-bellico, come rifugio umano e sereno; ma la burocrazia svizzera, unita ad una naturale diffidenza verso gli stranieri, complica di molto le cose. Non chiedete come va a finire, perché ciò è lasciato all’immaginazione dello spettatore. L’ultima scena vede solo questo piccolo popolo di senza patria camminare verso una croce posta in fondo all’orizzonte. Nonostante la dura lotta del governo della confederazione elvetica contro questo film, questo esce senza censure (tranne che in Italia! Ma si parlò solo di “tagli”!), aggiudicandosi il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes del 1946.
“L'invito” (“L'invitation”, Svizzera - 1972) di Claude Goretta, con Michel Robin, Jean-Luc Bideau, François Simon, Jean Champion, Pierre Collet. Di Goretta abbiamo detto, e non si poteva non menzionare – in questa breve rassegna – un suo film. La scelta poteva cadere su questo come su tanti altri titoli, ma “L’invito” fu uno dei primi successi internazionali dell’autore ginevrino. Storia di un impiegato che invita colleghi e dirigenti d’ufficio nella sua nuova villa di campagna, non certo acquistata con i pochi soldi guadagnati con l’impiego, bensì grazie ad un’eredità. Una rivalsa per il modesto impiegato (M.Robin), che mostra con orgoglio un maggiordomo da film inglese alle sue dipendenze. Invidie da parte dei colleghi, fastidio provato dai dirigenti, ognuno mostra impulsi particolari che Goretta pennella già nella validissima sceneggiatura. La critica internazionale loda il film, che almeno in Svizzera non viene particolarmente ben accolto dal pubblico, il quale non gradisce l’ironico (o, meglio ancora, sarcastico) ritratto dell’ipocrita e conformista media borghesia elvetica.
Dopo Goretta, non è possibile non chiudere con l’altro maestro del cinema svizzero, il citato Alain Tanner, con “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” (“Jonas qui aura 25 ans en l’an 2000”, Svizzera/Francia – 1976), interpretato da Jean-Luc Bideau, Rufus, Myriam Mézières, Myriam Boyer, Miou-Miou. Dapprima, una piccola curiosità. Avrete visto come il titolo originale francese sia “Jonas qui aura 25 ans en l’an 2000”, mentre nella versione italiana di Jonas si dice che avrà vent’anni nel 2000. Nessun errore. Il film in Svizzera è uscito all’inizio del 1976, mentre in Italia è arrivato alla fine del 1979. Effettivamente, al di là di questa curiosità, va notato come molte pellicole di valore che vengono prodotte e distribuite da nazioni che vivono fuori dei “grandi giri” cinematografici, stentano ad avere il giusto riconoscimento internazionale, che può avvenire nello stesso anno di uscita se si ha la possibilità di partecipare ad un festival come Venezia o Cannes, ma che può essere procrastinato nel tempo se la meritata fortuna del film ci sarà solo dopo un lungo tam-tam tra distributori e cinefili di tutto il mondo. E quest’ultimo è il caso del film di Tanner, che narra di Mathieu e Mathilde, i quali attendono un bambino che avrà 25 anni nel 2000. Essi confidano ottimisticamente che per allora il mondo sia migliore (ora sappiamo che sono stati troppo ottimisti!). Intorno a loro altri personaggi, uniti dal filo rosso della speranza, in un film che Morandini ha definito “magnifico” nel tratteggiare le speranze e le delusioni del '68 e degli anni successivi, aggiungendo che si tratta di una “parabola politica che oscilla tra pessimismo e ottimismo, tra sogno (desiderio) e realtà, tra contestazione e utopia”. Aggiungiamo solo che si tratta di un film intelligente, generoso, in cui almeno una generazione si è potuta riconoscere, ma che per molti aspetti vale anche per i giovani di adesso.














