Sempre più spesso leggiamo pubblicità di films, o recensioni favorevoli agli stessi, indice di una recente moda imperante, che trovo personalmente pericolosa e fuorviante per il pubblico. Un film, e non è affatto un caso unico (né raro), è stato pubblicizzato con un messaggio ad effetto, che la dice lunga sugli attuali valori estetici di una pellicola: "Un film visionario, dal montaggio rapido e dalla musica assordante che eleva l'iper-velocità a etica della visione"!! Sempre più spesso si tessono le lodi del "montaggio rapido e dinamico", perfino per documentari che di dinamico non dovrebbero avere nulla. Difatti, ho letto frasi di questo tipo nelle presentazioni di documentari relativi a feste popolari di paesi, feste religiose, finanche sulla vita degli animali! Poi, come se ciò non bastasse, ci sono alcuni films, realizzati in video digitale, di etichette indipendenti USA girati con mano tremante perché, oltre a costare molto di meno, "fanno più verità "! Ma non sarà che a me spettatore più che verità facciano venire il mal di movimento e che debba andare al cinema lontano dai pasti, a stomaco vuoto, e con la xamamina a portata di mano? E cosa dire di certi stucchevoli giudizi (sin troppo generosi ed astrusamente motivati) di critici alla fine della proiezione per la stampa, chiusi nei maglioni neri accollati, con l'aria triste, che fanno tanto teatro sperimentale anni Settanta?
Un sospetto mi attanaglia. Il cinema non starà seguendo certi oscurantismi già in voga nelle arti figurative, nel romanzo, nella poesia, etc.? Mi sono già occupato, nel 2000, in occasione di un articolo per il bimestrale "Silarus" (poi pubblicato anche in Francia sulla rivista "Jalons"), del problema in campo poetico. Scrivevo della crisi in cui versa la poesia che può essere utile come tavola segnaletica di un destino comune alla musica, alla letteratura, alle arti figurative; magari avrei dovuto aggiungere anche il cinema? Molti poeti, negli ultimi decenni, sono tornati a sentirsi protetti da un'ura ed investiti da un destino sublime, precipitando in oscurantismi variamente definiti (ermetismo, neo-ermetismo, etc.). Per carità , già in quell'articolo dicevo che è giusto non rimanere immobilizzati nei secoli nel cantare l'amore per la propria bella, tanto più se non ricambiati; ma crogiolarsi in immagini astruse non fa altro che aumentare l'ostilità del pubblico ed avvicinare la poesia al proprio tramonto. Insomma, l'oscurantismo.
Per tornare al cinema, che qui ci interessa, il fatto è che il montaggio "rapido e dinamico" ricalca spesso lo stile tipico dei videoclip e degli spot pubblicitari, che - in fondo - sono i "films" che più spesso guardiamo tutti noi quotidianamente. Fosse anche distrattamente, fosse pure non volentieri, però al ritmo di decine al giorno, per tutti i giorni, qualcosa (ed anche molto più di qualcosa) dentro di noi resta. Tutto ciò ci ha, negli anni, formati (o deformati?) alla lettura di un prodotto filmico. Non è, poi, un caso che del lungometraggio di finzione "Ogni maledetta domenica", di Oliver Stone (del 2001, con Al Pacino), molti critici riportassero, come fosse un titolo di merito, che "...l'intensità delle situazioni in gioco è scandita da un montaggio rapido con 3.200 tagli"! Siamo arrivati alla conta dei tagli! Chi più ne può vantare, è più bravo! Avete idea di cosa voglia dire fare 3.200 tagli in poco più di 100 minuti di film? Un'assurdità ! Una volta si sarebbe parlato, con spregio, di frammentazione, di non concatenazione delle parti visive e narrative del film. Ora no, è diventato un merito!
Taluni autori si sono persi nella schiavitù di essere originali e di attirare su di sé l'attenzione, esagerando sempre più in un senso o nell'altro: dal montaggio iper-dinamico ad estenuanti piani-sequenza.
Uno degli spunti più recenti per riflettere su tale tematica me l'ha offerto l'amico Massimo Losito, il quale mi ricordava come un film - che, a dir il vero, ha convinto entrambi - avesse caratteristiche come quelle che qui sto attaccando, non fosse altro perché non perfettamente comprensibili e che non apportano nulla ad un film che, girato con canoni per così dire classici, non differirebbe in nulla dal punto di vista dei contenuti e della narrazione, ma che finisce con il risultare diverso solamente da un mero punto di vista spettacolare. Il film in questione è "Vai e vivrai", del rumeno Radu Mihaileanu (co-produzione franco-israeliana del 2004, che con un po' di ritardo ha raggiunto i grandi schermi italiani). Mihaileanu, che ho ricordato già in questo sito nell'articolo "Le schede del cinema europeo: Romania" (30 giugno 2003), si era imposto all'attenzione internazionale con "Train de vie - Un treno per vivere" (1998), co-produzione francese (la Francia è oramai una seconda patria per il regista rumeno) con Belgio, Romania e Germania. A questo successo aveva fatto seguito il meno fortunato "Ricchezza nazionale", produzione francese del 2002, che non aveva lasciato il segno verosimilmente per la pressoché totale incomprensibilità per un grottesco poco comprensibile per tutti.
Ma dicevamo di "Vai e vivrai". Ecco, questo è un caso di film dal succedersi dinamico delle immagini, ma riuscito in tutti gli aspetti, anche se si deve riconoscere che tale rapidità nel susseguirsi delle immagini non abbia una valenza narrativa, ma puramente estetica, stilistica. Difatti, qual è la controprova che mi piace fare in questi casi? Immaginare lo stesso film con un altro ritmo, con un diverso stile visivo. Ebbene, agli occhi dello spettatore sarebbe tutt'altra cosa, è vero; ma ai fini della narrazione, dello script, del valore dell'opera, del messaggio che si vuol inviare allo spettatore, non cambia pressoché nulla. E questo film rappresenta un caso di pellicola che non beneficia e non perde dalla scelta stilistica operata dal regista. E' stato molto apprezzato dalla critica, tanto da chiedersi perché i festivals l'abbiano snobbato. Anche il pubblico più attento e più colto l'ha premiato al botteghino, e se Mihaileanu avesse girato seguendo canoni estetici più tradizionali non avrebbe raccontato un'altra storia, né sarebbe incorso nel rischio di raccontare la stessa storia giungendo - però - ad un risultato meno brillante. Pertanto, si tratta di un film di valore, comunque sia stato girato. Per la cronaca, il film (ambientato nel 1984) racconta il dramma di centinaia di migliaia di africani che trovano rifugio nei campi profughi in Sudan. Gli israeliani, aiutati dagli americani, portano in salvo gli etiopi di origine ebrea, i Falasha. Un bambino viene salvato dalla madre che lo fa salire su un convoglio facendolo passare per ebreo. Sarà adottato da una famiglia israeliana e crescerà con il desiderio di rivedere la madre, ma anche con il conflitto interiore dato dalla consapevolezza della non appartenenza alla "razza" dei genitori adottivi. Una tematica assai delicata, che non guadagna e non perde con la scelta stilistica operata da Mihaileanu; mentre in tante altre occasioni trovo irritante il nascondere il nulla di un film dietro una coperta fatta di escamotages come il montaggio frenetico ed il ritmo nervoso.
Insomma, il dubbio resta. In questi casi, sempre più frequenti, ci troviamo di fronte a nuove tecniche di regia o a vezzi d'autore? Si sarà capito che questi ritmi forsennati non mi piacciono, ma l'importante è che lo spettatore non si lasci depistare da questi ritmi a discapito del valore della storia e delle interpretazioni. Sono questi ultimi gli elementi che contano in un film.
Come tutti gli anni, quando il cinema va in vacanza (in barba a tutti i tentativi recenti di proseguire, con scarsissimo successo, la stagione cinematografica anche in estate), anch'io vado in vacanza per qualche settimana, in attesa di raccontarvi la stagione 2007-08, magari a partire dal Festival di Venezia. E come tutti gli anni, a questo punto, mi permetto qualche saluto. A Gianluigi ed Alberto, per la splendida avventura di questo giornale che dura da sette anni; a Roberta, Maria Giulia e Tina, le mie storiche amiche del cuore; a Roberto, insostituibile amico fraterno da un bel quarto di secolo; a Tommaso e Sandro, amici e compagni di piccola resistenza umana lavorativa; alle splendide Valeria, Francesca e Cecilia di Gubbio; ad un autentico tris d'assi come Tommasina, Marina e Michele; ai carissimi Gianni ed Elio. A presto!















Trovo il tuo intervento assolutamente fine a se stesso. Chiuso.
Il montaggio veloce è perfetto per descrivere alcuni aspetti, situazioni, emozioni. Tanto quanto il l'editing lento.
Cerca di vivere nel presente, il passato è passato, può aiutarci a migliorare e comprendere il presente, ma non dobbiamo dipendere da quello che è già stato fatto.
Giurgulo