Una personale ricerca fatta sulle banche dati cartacee e su cd-rom che catalogano circa 50.000 titoli di films italiani ed esteri, usciti in Italia dai primi del Novecento ai giorni nostri, è la molla che ha fatto scattare l’idea di questo articolo. Prima di vedere alcuni esempi tra i più significativi di “amore” nel cinema, e considerando che c’è amore in quasi tutti i films (non c’è bisogno che siano di genere sentimentale; spesso sono drammatici o di altro genere ancora) possiamo ben intenderci sul fatto che la ricerca fatta per questo breve lavoro, che spero risulti divertente non fosse altro per quante curiosità va snocciolando, è per necessità legata all’evidenziazione della stessa parola “amore” nel titolo. Ma, si sa, solo in una minor parte dei films le cui storie ruotano sui sentimenti c’è l’”amore” nel titolo. Ma una qualche scelta semplificatrice per permettere di portare a termine una ricerca così vasta andava fatta. E così, è risultato che nei titoli dei films usciti in Italia in circa un secolo, la parola “amore” è presente ben 421 volte, molto più di qualsiasi altra. E se si pensa che la piccola variante “amori” è presente 43 volte, e che l’inglese “love” resta presente per 20 volte nei titoli italiani, abbiamo un totale statistico di 484 presenze, cui si potrebbero aggiungere le 69 presenze della parola “cuore”. Non c’è male, vero? E di curiosità in curiosità, considerate che tutte le altre parole più presenti sono ben lontane, quantitativamente parlando, dall’amore. La “notte” mantiene sempre il suo fascino misterioso e trasgressivo con ben 229 presenze (senza contare le altre 25 legate al suo plurale, “notti”), e forse la sua presenza subito dietro l’amore può rappresentare una sorpresa. Un’ultima curiosità statistica, il “sesso” vanta, per così dire, ben 30 presenze, e se si considera che sono quasi tutte legate agli ultimi tre decenni si capisce come questa parola sia entrata di prepotenza nella storia recente della cinematografia.
Lo statunitense John Truby, sceneggiatore ed insegnante di cinematografia, in occasione di una sua visita a Roma, invitato dall'associazione Script per insegnare ai funzionari e agli sceneggiatori della Rai i segreti del mestiere, sul genere “film sentimentale” ha affermato che “dell'amore il cinema racconta in genere il corteggiamento, ciò che precede l'amore quotidiano, ciò che presenta l'amore quotidiano come l'obiettivo finale, suggello per l'ultima scena. Di rado il cinema racconta la coppia nel senso profondo, la dura battaglia contro l'abitudine, contro la ripetizione tranquillizzante e letale come un eccesso di oppiacei. Certo, registi come Ingmar Bergman, Woody Allen ed alcuni altri, fanno eccezione. Per loro l'indagine dei meccanismi psicologici che tengono in piedi la coppia è uno dei temi chiave della poetica. Ma se i meccanismi dell'amore inteso nel senso più comune non allettano i cineasti le ragioni non sono legate soltanto alla scarsa sensibilità o alla censura dei signori della pellicola. C'è un problema di struttura del racconto d'amore. Che, per sua natura, poco si presta a dare forma al complesso gioco di sensi e di proiezioni che è il rapporto intimo tra due persone”. Aggiunge Truby: “Qualsiasi storia d'amore ha una serie di problemi di partenza. A differenza di un giallo, mancano gradini precisi nella trama. La linea della storia inoltre è sdoppiata: ci sono due protagonisti, due linee narrative, due obiettivi diversi. E spesso è già un impresa gestirne uno, di binario narrativo”.
Anche in virtù delle riflessioni di Truby, mi piace passare in rassegna (in ordine cronologico) alcuni films di questo genere cinematografico che sono stati accolti calorosamente dalla critica perché hanno saputo tener conto delle necessità narrative e qualitative cui si faceva cenno grazie alle dichiarazioni del noto sceneggiatore americano. Farò seguire, per meglio inquadrare in tutte le sue sfaccettature il fenomeno del film di genere “sentimentale”, una breve rassegna (sempre in ordine cronologico) delle pellicole di maggior successo popolare. In entrambi i casi, non si potrà non notare come la stragrande maggioranza dei titoli sono concentrati soprattutto tra gli anni 50 ed i 70, autentici decenni d’oro per l’amore sul grande schermo.
Iniziamo, per il cinema sentimentale “d’autore”, con un film del 1950 del grande maestro svedese Ingmar Bergman. Si tratta di “Un'estate d'amore” (“Sommarlek”, Svezia 1950). Storia di una ballerina del Teatro dell’Opera di Stoccolma che ritrova il diario di un ragazzo che ha amato tredici anni prima, in un’estate gioiosa e giocosa (non a caso il titolo originale, “Sommarlek”, significa “giochi d’estate”), e che è rimasta tale almeno fino al dramma della morte tragica del ragazzo. La lettura del diario è occasione di riflessione ma anche di struggimento per la rivisitazione di un dolore mai superato, nonostante la ragazza sia legata ormai da tempo ad un altro compagno. Ma una nuova vita si apre per la ragazza, quando il compagno torna da lei nonostante abbia letto anch’egli il diario. Egli avrà dimostrato alla compagna di aver compreso tutto e di poterla e saperla amara più di prima.
Nello stesso anno, è un altro grande maestro del cinema a dare un’eccellente prova d’autore nel cinema sentimentale. Si tratta di Michelangelo Antonioni con il suo “Cronaca di un amore” (Italia 1950). Storia di una donna che vive un matrimonio d’interesse con un uomo anziano ma ricchissimo ed un’autentica storia d’amore con quello che fu il ragazzo che amò in adolescenza, il vero amore della vita. La morte del marito (desiderata, anche pensata insieme con l’amante, ma arrivata del tutto casuale) non l’avvicina all’amante, anzi, tutt’altro. Esordio di Antonioni, che infila subito una perla in un momento delicato del cinema italiano, verso la conclusione naturale del suo filone più apprezzato di sempre, quello del neo-realismo. E’ l’anticamera del miglior Antonioni, quello dell’incomunicabilità sociale, e di quel filone anticipa alcuni temi quali l’egosimo e l’aridità della borghesia del periodo del boom economico, il sempre più imperante dominio delle convenienze nelle scelte comportamentali a discapito dei reali sentimenti, ed altro ancora.
Tre anni dopo, è ancora una volta Ingmar Bergman ad impartire una lezione su come si possa trattare di amore sul grande schermo facendo cinema di qualità. Il film in questione s’intitola “Una vampata d'amore” (“Gycklarnas afton”, Svezia 1953), ambientato all’interno di un circo, agli inizi del secolo da poco conclusosi. Il film narra la storia del direttore del circo stesso, diviso tra la moglie e l’amante. Anna, la giovane amante, si unisce ad un giovane attore non appena il direttore del circo le dice di voler tornare (non così volentieri, in fondo) dalla moglie. Ma l’uomo, rifiutato fermamente dalla moglie, prova a tornare dalla giovane ex amante, “sfidando” il suo nuovo compagno, avendo la peggio. Resterà solo con la sua disperazione. Il più geniale dei giudizi sul film lo lascio volentieri alle parole che all’epoca pronunciò lo stesso Bergman sulla propria opera: “Questo film è un tumulto… però un tumulto ben organizzato! (…). E’ un film relativamente sincero e svergognatamente personale!”. Primo film che Bergman dedica completamente all’esistenzialismo, facendolo in maniera assai riuscita, esemplare per chi l’ha seguito. Molto apprezzate le immagini del suo miglior collaboratore di sempre, Sven Nykvist.
Dopo questo doveroso omaggio a due grandi maestri scomparsi recentemente, ricordiamo brevemente altri capitoli dell’eterna storia dell’amore nel cinema. “Donne in amore” (“Women in Love”, Gran Bretagna 1969) di Ken Russell, tratto dall’omonimo romanzo di David H. Lawrence, dove si racconta di una giovane e timida insegnante che si invaghisce di un ispettore; mentre sua sorella, dal carattere antitetico (ragazza disinibita ed anticonformista) mette in piedi un rapporto puramente sessuale con un industriale sposato. “Adele H., una storia d'amore” (“L’histoire d’Adèle H.”, Francia 1975) di François Truffaut, narra la storia del tragico amore di Adèle, figlia del grande scrittore Victor Hugo, per un ufficiale britannico che non la ricambia affatto di questo sentimento talmente forte da indurre la donna ad abbandonare la propria famiglia ed a seguire l’uomo impegnato con il proprio esercito nelle Barbados. La Hugo finirà nella più totale povertà, oltre che nella follia.
Tutt’altri sono i films d’amore più di successo al botteghino, abbastanza facilmente riconducili a due filoni classici: quello dell’ovvio lieto fine (alla “Pretty woman”, per intenderci) e quello del dramma che colpisce piagnucolosamente proprio nel bel mezzo di un amore che trionfa su tutto (“Love story” ne è l’esempio più calzante). Così, scopriamo che anche nel cinema di rappresentazione dei sentimenti, critica e pubblico non paiono andare d’accordo.
Piace chiudere con qualche titolo “en passant”, per ovvii motivi di spazio: “Primo amore” (“Alice Adams”, USA 1935) di George Stevens, con Katharine Hepburn; “Pane, amore e fantasia” (Italia 1953) di Luigi Comencini, con Vittorio De Sica e Gina Lollobrigida; “L'amore è una cosa meravigliosa” (“Love Is a Many Splendored Thing”, USA 1955), di Henry King, con Jennifer Jones e William Golden; “Agente 007, dalla Russia con amore” (“From Russia With Love”, Gran Bretagna 1963), di Terence Young, con Sean Connery.














