Una visione Differente

Seon Frere: un film di Patrice Chereau

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“Son frère” (Francia – 2002) è il film di Patrice Chéreau che si è aggiudicato l’Orso d’Argento per la Miglior Regia al 53° Festival di Berlino 2003. Esce sugli schermi italiani il 22 agosto 2003. Cast artistico composto da Bruno Todeschini (Thomas), Eric Caravaca (Luc), Maurice Garrel (Il vecchio), Antoinette Moya (La madre), Fred Ulysse (Il padre), Nathalie Boutefeu (Claire), Sylvain Jacques (Vincent), Catherine Ferran (Il primario), Robinson Stevenin (Manuel). Per quanto riguarda, invece, il cast tecnico, oltre alla regìa di Chéreau, segnaliamo la sceneggiatura di Patrice Chéreau e di Anne-Louise Trividic, tratta dal romanzo “Son frère” di Philippe Besson (Editions Julliard). Fotografia di Eric Gautier. Suono Guillaume Sciama. Montaggio François Gedigier. Produzione Azor Films in co-produzione con Arte France – Love Streams. Una curiosità: il titolo originale ”Son frère” è anche quello per il mercato internazionale (quindi, anche per l’Italia), eccezion fatta per i paesi anglofoni, per i quali il titolo è “His Brother” (titolo inglese)!
Veniamo alla sinossi del film. Questa è la storia di Thomas e del suo lungo calvario di giovane a cui è stata diagnosticata una malattia irreversibile del sangue. Non è certo che morirà, di sicuro non guarirà mai, da un momento all'altro la crisi potrebbe scatenare la catastrofe. In questa lunga attesa di morte, lo assiste il fratello, ritrovato dopo una annosa lontananza. Lo seguono anche medici e infermieri seri e attenti, genitori petulanti o isterici, una fidanzata che non resisterà allo strazio prolungato di quel corpo in decomposizione. Resisterà invece, malgrado l'istintiva riluttanza, il fratello, lentamente conquistato dalla necessità di un amore invocato. La scomparsa di Thomas, nelle onde del mare di Bretagna una volta toccato il limite della sopportazione, lascerà il segno indelebile di una passione che avrà fatto riconoscere, al fratello e a noi spettatori, la miseria dimenticata di una condizione umana condivisa.
Qui ci vengono incontro le note che il regista stesso ha voluto far avere agli addetti ai lavori, in occasione della presentazione in anteprima del film: “E’ un film sui corpi, sul disfacimento di un corpo, sulla trasformazione dei volti. Un film su come i corpi occupano lo spazio. Un film sul silenzio e la logorrea. Alla ricerca dell’epidermide, dei peli, delle rughe, della peluria e del sudore. Lividi, ematomi arrossamenti, spalle che spuntano nude, pantaloni, scarpe e calze che scivolano via. I segni che lasciano. Cicatrici viola, pus, macchie sulle lenzuola. Filmando da differenti angolature, dall’alto o dal basso. Da vicino o da molto lontano. Barbe che crescono, maglioni che si alzano o che vengono strappati via, una camicia che si apre per scoprire un seno, depilazioni e peli che ricrescono, la bretella di un reggiseno che scivola giù, una spalla, una schiena. Un film muto che a tratti si carica di parole. Discorsi che si interrompono e si sovrappongono. Una parola che continua a ripetersi e poi improvvisamente tace. Un film sul silenzio. Un film in bianco e nero con molti colori: il colore dei volti, il pallore, il colore della pelle, il colore più bello, quello che aiuta a vivere e a ridare la speranza. Un mondo in cui non si può fare niente per gli altri, un mondo in cui nessuno può aiutare nessuno, in cui il primario finisce per ammettere di non sapere niente e di non poter trovare soluzioni. Una madre che vive nei sogni, un padre assente, uno parla troppo l’altro non abbastanza. Una famiglia intera che il narratore ha smesso di vedere e che ora gli piomba addosso, tutta questa gente che ricompare per l’occasione: una famiglia scivolata nel corteo dell’agonia. Nessuno fa più l’amore, il desiderio è morto, i corpi sono freddi e silenziosi, gli sguardi diventano opachi. Un film semplice, piccolo, su un caso piuttosto ordinario, su una malattia che non è la più grave delle malattie ma di cui si può comunque morire; un male con cui si può vivere se solo si accetta il rischio permanente di un incidente. Ecco, bisogna accettare il rischio. Questa è la storia del film. Thomas non lo accetta. Ma alla fine, la compassione sta dalla parte di colui che sopravviverà, il fratello minore che viene “preso in ostaggio” e che accoglie il maggiore tra le braccia, lo massaggia, lo avvolge. E a sua volta lo prende in ostaggio. Un film corto, che scorre rapido. Come un frammento. Oppure, una natura morta. Una particella o due del dolore universale”.
Patrice Chéreau è al suo nono film, e viene dal successo di “Intimacy” (vincitore dell’Orso d’Oro al Festival di Berlino 2001). Nato nel 1944, è cresciuto tra i circoli bohèmien di Parigi con i suoi genitori, anch’essi artisti, ed il fratello maggiore. Il debutto cinematografico di Chéreau è del 1974 con Un’orchidea rosso sangue, tratto dal romanzo di James Hadley Chase, con Charlotte Rampling. Nel suo secondo film, “Judith Terpauve” (1978), Simone Signoret difende le sorti di un quotidiano di provincia dai pericoli di un crollo finanziario. Più volte presente a Cannes, dove nell’ultima edizione è stato perfino Presidente di Giuria, Chéreau ha riscosso il suo primo grande successo internazionale nel festival del 1994 con il film epico “La Regina Margot” (film che è valsa la prestigiosa Palma per la migliore interpretazione femminile alla nostra Virna Lisi). Dopo una parentesi nel genere commedia con “Hotel de France”, nel 1988 torna a Cannes con “Ceux qui m’aiment prendront le train”, che racconta la storia di alcuni personaggi che si recano in treno al funerale di un amico artista. Notevole è l’affermazione mondiale che Chéreau riscuote con la sua ottava pellicola, “Intimacy”, cui fa seguito – appena un anno dopo – “Son frère”.
Questo film è poesia e (solo parzialmente) tragedia, cronaca documentaristica e storia per fiction, sussulto di emozioni per immagini più che per parole, tempi lenti ma che trasmettono un’inquietudine che non possono far vivere la lentezza come “noia” o come “vuoto”. Chéreau spiazza ancora una volta, come fece ai suoi inizi, oppure come quando scandalizzò Cannes nel 1993, per poi ripresentarsi l’anno seguente con un film in costume, assai più “rassicurante”. Poi, commedia, dramma, gioia di vivere e poi ancora dramma di vivere. Il regista transalpino non sa seguire un fil-rouge, il suo cinema non ha una riconoscibilità. A dirla tutta, non esiste un “suo” cinema; ma questo non gli può essere imputato certo come un difetto.


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"Il cinema sostituisce ai nostri sguardi
un mondo che si accorda coi nostri desideri."

Andrè Bazin