di Francis Ford Coppola
(Festival di Roma 2007)
Nel 2007 il noto regista Francis Ford Coppola, ritorna a far parlare di sé, dopo ben dieci anni di assenza dal grande schermo, con la sua ultima opera “Un’altra giovinezza”.
Il film nasce come una vera summa, da un lato dello scibile e del senso filosofico dell’esperienza umana, dall’altro del linguaggio cinematografico vissuto e rielaborato dal grande regista statunitense. Il film, infatti, è costruito, sin dai titoli di testa con figure del linguaggio cinematografico che spaziano dal classico holliwoodiano (le elissi temporali date dal susseguirsi delle testate dei giornali) ai giochi di luci ed ombre incombenti dal fuori campo, tipiche dell’espressionismo tedesco anni 20’. Punto d’incontro dei due assi d’indagine è il libro omonimo del filosofo e storico delle religioni Mircea Elide, di cui il film è la trasposizione cinematografica. Molto s’è detto dell’ipotesi che Coppola abbia voluto farne una retrospettiva della propria mirabile carriera, suggerendo una identificazione col protagonista settantenne, quasi suo coetaneo, che sin dall’incipit non cessa mai di ragguagliare gli esiti e gli snodi delle “proprie vite” in un monitoraggio costante.
Tuttavia, forse, la più vera affinità tra il film e il suo autore è lo stesso Coppola a svelarla in una intervista rilasciata proprio allo scorso Festival di Roma, dove il film è stato presentato:
“...quando ero giovane naturalmente non potevo pensare di avere questo successo e di poter fare film personali. Lo è stato possibile, ma solo oggi, così mi trovo a fare da vecchio quello che volevo fare da giovane.”
Come un aforisma, questa citazione ha in sé i due termini dialettici attorno a cui ruota il film, avviluppandosi poi a miti religiosi, misteri psicofisici, sentimentali e politici: “giovinezza e vecchiaia”.
Romania, 1938. Dominic Matei è un anziano docente di linguistica, ossessionato dallo studio dell’origine del linguaggio come nascita della coscienza umana, e da Laura, la donna amata in gioventù, alla quale aveva sin d’allora rinunciato perché incompatibile con la sua determinazione negli studi.
Ormai vecchio e stanco, sconclusionato nel lavoro e negli affetti, Dominic è deciso a togliersi la vita, ma la mattina di Pasqua viene spaventosamente colpito da un fulmine davanti alla stazione di Bucarest. Senza spiegabili ragioni, la fortissima scarica elettrica, invece di ucciderlo, innesca un prodigioso processo di ringiovanimento fisico e potenziamento delle facoltà intellettuali e introspettive più recondite. Con l’aspetto di un trentenne, Dominic è ora un superuomo che ha vinto lo scorrere del tempo, che acquisisce conoscenza solo sfiorando i libri, che dialoga col proprio IO più oscuro in un incontrollato gioco di specchi, che attraversa un futuro che l’età avanzata non gli avrebbe permesso di vivere (il secondo conflitto mondiale e l’era atomica).
Temuto e agoniato dai nazisti per i loro esperimenti sull’eurazza, vive nell’ombra finché il filo della sua prima vita si riallaccia a questa seconda nel momento in cui accidentalmente incontra Veronica, la reincarnazione fisica di Laura. Come se non bastasse, a questa incredibile somiglianza si aggiunge il caso raro di metempsicosi da cui la donna è affetta e che solo Dominic è in grado di interpretare: in Veronica è trasmigrata l’anima dell’antica sacerdotessa indiana Rupini, in viaggio a ritroso nel tempo dei linguaggi primordiali della civiltà umana.
Dominic ritrova in un solo istante l’amore e la chiave dei suoi studi, Veronica sarà il suo passaporta verso il protolinguaggio.... ma a quale prezzo?
Specularmente alla sua condizione pseudo - immortale, Veronica invecchia precocemente ogni volta che Rupini si serve del suo corpo per manifestarsi e rischia presto la morte.
Appare facile leggere in questa costruzione narrativa la genesi biblica dell’uomo: la coppia che spensierata vive in un Eden d’amore, poi rotto dalla rivelazione della conoscenza, di cui è portatrice la donna, la stessa che ne sopporterà le pene più dure.
In un ricorso storico Dominic si ritrova ancora una volta a scegliere tra l’amore per la sua donna e l’amore per i suoi studi. Come la prima volta rinuncia a Veronica/Laura, ma non per salvaguardare le sue ricerche, bensì per garantire che quest’ultima riacquisti la vita lontano da lui. Potremmo supporre che in questo modo abbia rotto lo schema, eppure la condizione torna la stessa: non ha l’amore e non ha portato a termine le ricerche.
Torna in Romania, nello stesso posto in cui il fulmine lo aveva colpito dotandolo dei più grandi poteri, giovinezza e onniscienza, ma onerosi e divenuti faticosi da sopportate!
Dominic, pur in un giovane corpo, si sente oppresso dai suoi 101 anni e ancora una volta progetta di togliersi quel che gli resta della vita, o della morte, se volessimo dirla con Socrate: “La morte è ciò che abbiamo alle nostre spalle, ciò che abbiamo già vissuto e non tornerà!”.
Dominic distrugge il suo alter ego in uno specchio in frantumi, e come Dorian Gray invecchia all’istante. Nello stesso istante di confusione e incredulità in cui, riportato al suo stato spazio-temporale originario, inizia a chiedersi se, come nel mito indiano che narra di un re che sogna di essere una farfalla, che sogna di essere re, che sogna a sua volta di essere farfalla… egli non abbia solo sognato tutta quella realtà che ancora porta dentro di sé.
Il film si conclude complessivamente come un contenitore di forse troppi temi irrisolti, che meriterebbero singole e più ampie trattazioni, ma certo non si potrebbe mai definirlo pretestuoso per un grande maestro che ancora manifesta il desiderio di sperimentarsi, affrontando i grandi misteri dell’umanità. E chi altri sarebbe legittimato a farlo?
(Festival di Roma 2007)
Nel 2007 il noto regista Francis Ford Coppola, ritorna a far parlare di sé, dopo ben dieci anni di assenza dal grande schermo, con la sua ultima opera “Un’altra giovinezza”.
Il film nasce come una vera summa, da un lato dello scibile e del senso filosofico dell’esperienza umana, dall’altro del linguaggio cinematografico vissuto e rielaborato dal grande regista statunitense. Il film, infatti, è costruito, sin dai titoli di testa con figure del linguaggio cinematografico che spaziano dal classico holliwoodiano (le elissi temporali date dal susseguirsi delle testate dei giornali) ai giochi di luci ed ombre incombenti dal fuori campo, tipiche dell’espressionismo tedesco anni 20’. Punto d’incontro dei due assi d’indagine è il libro omonimo del filosofo e storico delle religioni Mircea Elide, di cui il film è la trasposizione cinematografica. Molto s’è detto dell’ipotesi che Coppola abbia voluto farne una retrospettiva della propria mirabile carriera, suggerendo una identificazione col protagonista settantenne, quasi suo coetaneo, che sin dall’incipit non cessa mai di ragguagliare gli esiti e gli snodi delle “proprie vite” in un monitoraggio costante.
Tuttavia, forse, la più vera affinità tra il film e il suo autore è lo stesso Coppola a svelarla in una intervista rilasciata proprio allo scorso Festival di Roma, dove il film è stato presentato:
“...quando ero giovane naturalmente non potevo pensare di avere questo successo e di poter fare film personali. Lo è stato possibile, ma solo oggi, così mi trovo a fare da vecchio quello che volevo fare da giovane.”
Come un aforisma, questa citazione ha in sé i due termini dialettici attorno a cui ruota il film, avviluppandosi poi a miti religiosi, misteri psicofisici, sentimentali e politici: “giovinezza e vecchiaia”.
Romania, 1938. Dominic Matei è un anziano docente di linguistica, ossessionato dallo studio dell’origine del linguaggio come nascita della coscienza umana, e da Laura, la donna amata in gioventù, alla quale aveva sin d’allora rinunciato perché incompatibile con la sua determinazione negli studi.
Ormai vecchio e stanco, sconclusionato nel lavoro e negli affetti, Dominic è deciso a togliersi la vita, ma la mattina di Pasqua viene spaventosamente colpito da un fulmine davanti alla stazione di Bucarest. Senza spiegabili ragioni, la fortissima scarica elettrica, invece di ucciderlo, innesca un prodigioso processo di ringiovanimento fisico e potenziamento delle facoltà intellettuali e introspettive più recondite. Con l’aspetto di un trentenne, Dominic è ora un superuomo che ha vinto lo scorrere del tempo, che acquisisce conoscenza solo sfiorando i libri, che dialoga col proprio IO più oscuro in un incontrollato gioco di specchi, che attraversa un futuro che l’età avanzata non gli avrebbe permesso di vivere (il secondo conflitto mondiale e l’era atomica).
Temuto e agoniato dai nazisti per i loro esperimenti sull’eurazza, vive nell’ombra finché il filo della sua prima vita si riallaccia a questa seconda nel momento in cui accidentalmente incontra Veronica, la reincarnazione fisica di Laura. Come se non bastasse, a questa incredibile somiglianza si aggiunge il caso raro di metempsicosi da cui la donna è affetta e che solo Dominic è in grado di interpretare: in Veronica è trasmigrata l’anima dell’antica sacerdotessa indiana Rupini, in viaggio a ritroso nel tempo dei linguaggi primordiali della civiltà umana.
Dominic ritrova in un solo istante l’amore e la chiave dei suoi studi, Veronica sarà il suo passaporta verso il protolinguaggio.... ma a quale prezzo?
Specularmente alla sua condizione pseudo - immortale, Veronica invecchia precocemente ogni volta che Rupini si serve del suo corpo per manifestarsi e rischia presto la morte.
Appare facile leggere in questa costruzione narrativa la genesi biblica dell’uomo: la coppia che spensierata vive in un Eden d’amore, poi rotto dalla rivelazione della conoscenza, di cui è portatrice la donna, la stessa che ne sopporterà le pene più dure.
In un ricorso storico Dominic si ritrova ancora una volta a scegliere tra l’amore per la sua donna e l’amore per i suoi studi. Come la prima volta rinuncia a Veronica/Laura, ma non per salvaguardare le sue ricerche, bensì per garantire che quest’ultima riacquisti la vita lontano da lui. Potremmo supporre che in questo modo abbia rotto lo schema, eppure la condizione torna la stessa: non ha l’amore e non ha portato a termine le ricerche.
Torna in Romania, nello stesso posto in cui il fulmine lo aveva colpito dotandolo dei più grandi poteri, giovinezza e onniscienza, ma onerosi e divenuti faticosi da sopportate!
Dominic, pur in un giovane corpo, si sente oppresso dai suoi 101 anni e ancora una volta progetta di togliersi quel che gli resta della vita, o della morte, se volessimo dirla con Socrate: “La morte è ciò che abbiamo alle nostre spalle, ciò che abbiamo già vissuto e non tornerà!”.
Dominic distrugge il suo alter ego in uno specchio in frantumi, e come Dorian Gray invecchia all’istante. Nello stesso istante di confusione e incredulità in cui, riportato al suo stato spazio-temporale originario, inizia a chiedersi se, come nel mito indiano che narra di un re che sogna di essere una farfalla, che sogna di essere re, che sogna a sua volta di essere farfalla… egli non abbia solo sognato tutta quella realtà che ancora porta dentro di sé.
Il film si conclude complessivamente come un contenitore di forse troppi temi irrisolti, che meriterebbero singole e più ampie trattazioni, ma certo non si potrebbe mai definirlo pretestuoso per un grande maestro che ancora manifesta il desiderio di sperimentarsi, affrontando i grandi misteri dell’umanità. E chi altri sarebbe legittimato a farlo?














