Ma di cosa parla "E ridendo l’uccise"? Esso narra vicende che si svolgono nella corte di Ferrara tra il 1505 ed il 1506, con un epilogo ambientato qualche anno dopo. Vi è una congiura, determinata dagli odi e dallo scontro di interessi tra i membri della famiglia degli Este. Ed emerge crudamente la violenza che subiva la popolazione più umile. Insomma, nel suo svolgersi "E ridendo l’uccise" rende l’idea di quale fosse l’”infamia da cui nasceva il sublime”, per introdurre nel discorso una citazione, quasi letterale, dall’Ariosto. O meglio da un dialogo immaginario tra il poeta, qui rappresentato come un osservatore disincantato delle vicende degli Este, ed il protagonista del film: Moschino, il buffone di corte. All’intento ambizioso corrisponde una grande cura complessiva. Di certo vi è stato un notevole lavoro di documentazione, sia sul piano storico che su quello della lingua parlata nella Ferrara del tempo. Il punto è che il film non manca di una finalità didattica che lo può apparentare alle opere per la tv di Rossellini ("La prise du pouvoir par Louis XIV", "Socrate" ecc.), pur presentando un elemento affabulatorio più marcato.
Ma quando parliamo di un’opera “curata”, alludiamo anche al dato propriamente formale. C’è stato sicuramente un grande lavoro sui costumi e sul piano scenografico. Ed è sorprendente la resa di una Ferrara che – a quanto ci dicono i titoli di coda – è stata in buona parte ricostruita in Serbia. Ma l’aspetto prevalente è il lavoro sull’immagine, senza il quale – ovviamente – scenografia e ricostruzioni ambientali risulterebbero inefficaci. I movimenti di macchina colpiscono per la loro fluidità e concorrono con le angolazioni volta a volta assunte dalla macchina da presa, a lavorare proprio sul rapporto tra i personaggi e l’ambiente. Ne risulta una bellezza visiva che non è mai estetismo, ma che sta sempre dentro la vicenda raccontata, sempre dentro il contenuto del film. Una bellezza visiva che è tutt’uno, quindi, con la rappresentazione dei riti, dei giochi, dei vizi di corte, nonché della miseria di chi vive nella campagna o nella Ferrara più misera. Un altro elemento che spicca è la presenza, molto diffusa, del commento musicale: la sua composizione si deve ad Ennio Morricone, che si è evidentemente basato sull’attento studio e sulla rielaborazione delle sonorità dell’epoca. Dunque anche la musica è coessenziale al tutto, ma si poteva forse raggiungere un risultato migliore riducendone qua e là la presenza. Ora, questo è un problema minore, così come si può dire che non pesa eccessivamente una certa fragilità della sceneggiatura, dovuta allo stesso Vancini ed a Massimo Felisatti. Si può dire che finché si dipana la vicenda della congiura, la narrazione segue un andamento unitario. Poi, tolti di mezzo gli Este cospiratori (graziati, ma condannati all’ergastolo), la scena viene presa totalmente dal buffone Moschino e ci sembra di assistere ad una serie di episodi volti ad illustrare la figura del protagonista ed a mettere in sempre maggiore risalto le ombre del dominio degli Este. Va detto, però, che, per quanto in quest’ultima parte si perda in coerenza narrativa, ogni episodio, preso per sé, ha effettivamente carattere rivelatore. Ed il legame di ciascuno di essi con il senso complessivo del film non viene mai meno.
Il merito di ciò va in parte all’attore protagonista, un Manlio Dovì che può risultare sorprendente per chi ne conosce le caratterizzazioni nei tristi spettacoli del Bagaglino. Egli restituisce egregiamente la figura di Moschino, buffone che conduce una sommessa e personale battaglia, basata sull’ironia, sullo scherzo, contro una realtà fatta di sopraffazione. Il fatto è che Dovì non confonde l’istrionismo del suo personaggio con quello dell’attore, riuscendo ad essere sopra le righe senza esagerare.
Nella figura di Moschino, così come nelle carrellate sui poveri, vestiti di stracci, che assistono passivamente alle esecuzioni (come chi osserva lo svolgersi di una Storia che lo pone ai margini), sta in fondo l’originalità del film. E ridendo l’uccise scava nell’oppressione sui cui si fondava lo splendore delle Corti italiane, confermandoci in Vancini (già autore di film come "La lunga notte del ’43", "Il delitto Matteotti", "Bronte") il regista della ”altra Storia”. Un regista militante che sa fare il cinema, riuscendo a trasformare l’impulso critico in alimento del film, così da conferire vigore ad un intento didattico che, infatti, non ci viene mai a noia.














