Con qualche settimana di ritardo rispetto a quanto inizialmente previsto, il 20 ottobre inizia la programmazione "regolare" di 1895-2007: percorsi nella storia del cinema.
Dopo le due anticipazioni estive, con i film di Chaplin e Makhmalbaf (volti a suggerire la pluralità di forme della settima arte), partirà un breve ciclo intitolato Dentro-fuori-ai bordi del Melò, dedicato ad un genere che, dopo un secolo di vita, presenta ancora una notevole vitalità. Il primo film selezionato è Un marito per Anna Zaccheo (1953), di Giuseppe De Santis.
La proiezione si terrà presso la Casa della Comune (Via di Porta Labicana 56/a, Roma) alle ore 20.00 e sarà anticipata da una breve introduzione. L'ingresso è a sottoscrizione.
Nelle settimane successive vedremo La contessa scalza (1954) di Mankiewicz e Adele H. - Una storia d'amore (1975) di Truffaut.
Sotto trovate il testo del comunicato relativo alla rassegna sul melodramma cinematografico.
Tinte forti, caratteri appena sbozzati, personaggi (soprattutto femminili) condannati dal destino a non vedere appagati i propri sogni d'amore, un pubblico con i fazzoletti sempre pronti...Questa è l'immagine più tradizionale del melodramma o melò, uno dei generi cinematografici più diffusi, nato negli anni '10 del secolo scorso, in contemporanea in paesi come Francia, Germania, Italia e Stati Uniti.
La realtà, però, è più complessa. Intanto, che radici culturali ha il melò? Si parla dei libretti delle opere liriche, ma non manca chi si riferisce al romanzo d'appendice o chi si richiama a Shakespeare, che con Romeo e Giulietta ne avrebbe definito il prototipo. Ma forse, il melò qualcosa la deve pure alla letteratura del romanticismo, spesso attraversata da amori tormentati. E' proprio in virtù di questa pluralità di riferimenti che al melò possono essere ascritte (in tutto o in parte) opere diversissime fra loro. Grandi successi planetari realizzati da abili registi, attenti alle ragioni del box office, come film dalla notevole innovazione stilistica, che hanno lasciato una traccia profonda nel cinema senza incontrare un favore di massa. Per non dire di tutti quei titoli che hanno conciliato l'acqua e il fuoco, cioè la ricercatezza della messinscena e la capacità di rivolgersi ad un pubblico vasto.
L'articolazione e la duttilità di questo genere ne hanno garantito la longevità. Il melò ha conosciuto una sola fase di crisi (negli anni '60), per risorgere presto in una nuova versione, apparentemente "intellettualizzata", di certo volta a chiedere al pubblico non di abbandonarsi, ma di interagire con l'opera. Si è così definito un melò che ha definitivamente rinunciato alla ricerca della commozione, per ottenere l'emozione, profonda perché non basata su facili "effetti" drammatici, ma sulla partecipazione attiva dello spettatore, coinvolto con il cuore e con la mente.
Nel nostro breve viaggio in un genere a un tempo popolare e raffinato, abbiamo scelto tre guide d'eccezione: De Santis, Mankiewicz e Truffaut
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